Ghosts of Kasane Swamp

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Ghosts of Kasane SwampUn pozzo, un condotto dell’areazione, una cisterna dell’acqua, una parete, un bosco, ogni luogo esistente in Giappone può trasformarsi in tomba di un corpo e dimora di uno spettro. In Ghost of Kasane Swamp prima incursione ufficiale del regista nei meandri dell’horror, se si esclude l’esperimento di The Ceiling at Utsunomiya, presenta la palude di Kasane, nebbiosa zona limacciosa giaciglio nascosto di un corpo e poi epifania del suo spirito vendicativo. Il film, ispirato ad un’opera kabuki, viene introdotto da una breve sezione, quasi un cortometraggio separato dal resto della metrica che come ha fatto notare anche Andrea Bruni (Nakagawa Nobuo, L’Occhio nel Pozzo, Nocturno Dossier n.32) “sembra un incredibie episodio di Creepshow ante litteram, con i suoi deliziosi spaventi bidimensionali”.

Un massaggiatore cieco si reca da un samurai per rilevare un prestito ma in un gesto di follia viene ucciso da questo e il suo copro fatto gettare da un suo servo nella palude di Kasane. Poco dopo l’uomo ritornerà per prestare al samurai un servigio post mortem, un letale massaggio che lo porterà alla pazzia e quindi alla morte. Il resto del film si svolge anni dopo, direttamente legato al precedente episodio ma colpisce lateralmente il genere.

I vari Nakata hanno studiato il film (e si vede) per la creazione dei migliori esemplari del new horror (non solo giapponese). Come teorizzato, il new horror sfreccia parallelo al genere, lo usa come scudo per coprire tematiche ed eventi umani e tragici (tragedia familiare in Dark Water, amore puro e totale in Audition e Stacy, disperazione sentimentale in Tomie e Memento Mori…). Il film di Nakagawa è così, si sviluppa tra il chanbara classico e corale dramma sentimentale dell’amore impossibile o non corrisposto e solo sul finale si giunge alla resa dei conti, lungo le sponde della palude con tanto di ritorno del fantasma del massaggiatore del primo frammento. Se la fantasmessa con il suo volto deforme e i capelli corvini al vento rientra perfettamente all’interno di un’ iconografia classica e codificata è interessante notare come il regista si senta però ancora legato, come in Ceiling at Utsunomiya, ad una figura spettrale e vendicativa anche maschile. E la palude sul finale si trasforma in una versione speculare di quella di 100 Monsters, con le sue tombe, le cannucce, la nebbia e il viso etereo, enorme e dominante dello spettro dell’uomo. La messa in scena è maestosa e modernissima, il bianco e nero suggestivo, e le scenografie in esterno sono dei veri gioielli, percorse dai personaggi in totali che sembrano dei surimono dipinti da Hokusai. Infine sia i trucchi ottici che quelli protesici, pur nella loro evidente artificiosità sono assolutamente efficaci (stiamo parlando di un film del 1957). Un tassello di quel mosaico della storia del cinema horror descritta da Nakagawa.

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