Giant Woman vs Big Octopus

Voto dell'autore: 2/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,50/5: 4 voti]

Non si sa bene come, né perché qualcuno continui ancora a produrre film a Takao Nakano. Il suo cinema è sempre uguale e sembra quasi invariato rispetto a 20 anni fa. Analfabetismo totale nella regia, messa in scena pessima, effetti speciali oltre il cheap, totalmente artificiosi e un profluvio di sesso soft e di pornostar che si avvinghiano tra di loro simulando una lotta burrosetta. Ma non siamo sui livelli di povertà e di idee più “razionali” di un Minoru Kawasaki, ma andiamo ben oltre (e più in basso).

D’altronde la regia è il mestiere collaterale di Takao Nakano nativamente organizzatore di incontri di wrestling femminile. Di lui abbiamo già parlato mille volte (Big Tits Zombie, Sexual Parasite: Killer Pussy…) ma ogni volta rimaniamo basiti di fronte alla sua prolificità e al continuo perseguire un’ideale di cinema comunque tutto sommato coerente e “autoriale” (notare il virgolettato). Idee stranamente deliranti e folli appoggiate su un alfabetismo totale in tutto ciò che ha a che fare con l’impianto filmico il cui ultimo fine è intrattenere con stimoli ciclici riconoscibili e ludici; attricette svestite e dal fisico morbido prese in prestito dal cinema porno locale, un po’ di “cat fight” e qualche creatura gommosa che possa garantire una deriva TEENtacolare.

Anche qua troviamo una storia ridicola sulla quale sono appoggiati (male) poverissimi effetti digitali rubati da varie videobank e fortunatamente un mostro finale carnevalesco ma tutto sommato pittoresco (il polipo di cui il titolo). Una ragazza pescatrice viene ingaggiata per recuperare uno strano manufatto dalle profondità degli abissi. Ma delle radiazioni fanno si che questa possa assumere il potere di crescere a dismisura nei momenti meno opportuni diventando una sorta di Godzilla seminudo dalle fattezze però umane. Dovrà vedersela sul finale contro un enorme polipo rosa particolarmente arrapato (in testa al film viene citato esplicitamente il quadro di Hokusai, Il Sogno della Moglie del Pescatore).
Questo briciolo di pretesto narrativo serve ad offrire alcune sequenze buffe tra cui una goffa arrampicata di un gangster sui seni della ragazza. Ma tutto l’impianto visivo è realizzato in una maniera genialmente povera ma efficace che necessita la resa incondizionata ai “poteri” affabulatori del regista; nemmeno delle semplici scene di nuoto sono girate realmente ma realizzate su blue screen mediante ragazza distesa che mima goffamente i gesti del nuoto stesso.
Film praticamente introvabile, uscito solo in video in poche copie, per un pubblico affezionato o che si arrenda totalmente all’ingenuità, all’estetica e etica del regista. In fin dei conti si tratta di un cinema integralmente vergine che può essere comunque una sorta di stimolo per azzerare l’approccio visivo e cerebrale al cinema, una sorta di  intervallo visivo da utilizzare di tanto in tanto per intervallare i troppi film e serie tv ricche e patinate di cui facciamo indigestione onde resettare parzialmente i sensi percettivi. Fatti i debiti paragoni, appunto, quasi la valenza del cinema di Zulawski privo però di qualsivoglia rilevanza cinematografica.

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