Gips

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GipsGips è la parola che in Giapponese serve ad indicare le ingessature per le fratture. Gips è anche il titolo di questo strambo film, nonché la stramba premessa, poi tema conduttore del film. Saeki Hinako e Ono Machiko si incontrano per strada proprio perché la prima rischia di crollare dalle sue stampelle e viene aiutata dalle seconda. Da allora si sviluppa tra le due  un legame di reciproca dipendenza. Le cose funzionano a meraviglia con le due attrici che danno gran prova delle loro capacità, con nota di merito per la Saeki, nel ruolo della folle donna che attira le attenzioni della gente in strada simulando con le stampelle e gesso l’infortunio. Non nuova ad interpretare ruoli complessi sotto la direzione di grandi registi, come le accadde da giovanissima per A Quiet Life di Itami Juzo, mostra qui una grande maturità ed un certo metodo nel calarsi nel personaggio. Domina, come richiede la storia stessa, il legame di dipendenza reciproca che si sviluppa con l’altra protagonista, che certamente non è esente da un latente, nemmeno troppo negato, erotismo.

Si tratta di un film girato in Mini DV che rappresenta il quinto volume della serie  Love Cinema per l’home video e che sfoggia quindi un aspetto abbastanza spoglio in termini di luce e il classico formato televisivo del 4/3. Ben 6 film che sono rispettivamente: Tokyo Trash Baby di Hiroki Ryuichi (vol. 1), Amen, Somen and Rugger Men! di Mihara Mitsuhiro (vol. 2), Enclosed Pain di Yukisada Isao (vol. 3), Stake Out di Shinohara Tetsuo (vol. 4), lo stesso Gips di Shiota Akihiko (vol. 5) ed infine il pezzo più pregiato e famoso ovvero Visitor Q di Miike Takashi (vol. 6). Cronologicamente per Shiota si situa tra il premio come miglior regista esordiente dall’associazione dei registi professionisti giapponesi per il suo doppio esordio cinematografico Moonlight Whispers e Don’t Look Back e i meritati successi commerciali di Harmful Insect e Yomigaeri. Per questo il film gode dell’ottimo periodo in termini di produzione e qualità del regista e rappresenta in parte un ritorno a prodotti concepiti per l’home video, dove tecnicamente era avvenuto l’esordio vero del regista (The Nude Woman) prima dei due film citati.

Probabilmente è anche il lavoro più spensierato mai concepito da Shiota, che scrisse il soggetto, ma fece completare la sceneggiatura da uno dei suoi studenti della scuola di cinema di Tokyo. Il regista al solito ritrae lapidariamente gli inutili sforzi dei suoi personaggi di porre fine alla loro solitudine, ma stavolta lo fa con meno morbosità rispetto al precedente Moonlight Whispers e con meno tensione drammatica rispetto al successivo Canary. Del finale del primo film questo è una netta estensione, poiché riprende l’idea grafica dei bendaggi come simbolo sovraesposto degli animi feriti delle persone. Una benda su un occhio, un braccio fasciato, una gamba ingessata, le stampelle come medium tra l’interiore e l’esteriore. Un classico dell’immaginario nipponico che si è fatto strada più volte anche nella cultura popolare con l’esempio più clamoroso nella Ayanami Rei della prima memorabile puntata di Evangelion, pensata e portata su schermo dal genio di Anno Hideaki. In questo non si può negare che l’autolesionismo da quelle parti fosse ed è tuttora tratto identificativo di una cultura generalizzata che lo filtra in maniera assolutamente diversa dall’occidente dove ancora oggi non viene compreso, finanche beffeggiato, nonostante secoli di psicanalisi. Quanto debbano soffrire ancora le persone per avere la giusta attenzione è proprio quanto sembra chiedersi Shiota in ogni film, ma qui sembra portarlo alla sua summa teorica elevandolo alla massima potenza attraverso l’ironia. La beffa finale è proprio in quella serenità, quell’equilibrio ritrovati dalle due solo dopo aver subito un vero incidente.

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