Girl Boss Blues: Queen Bee’s Counterattack

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,00/5: 1 voti]

Per quanto possa apparire irriverente ci troviamo in una sorta di Sex and the City ante litteram in salsa yakuza eiga. Tutti gli elementi caratterizzanti sono una sorta di upgrade di film precedenti e di saghe di successo di quel periodo; i film sulle gang di motocicliste, le donne violente e vendicative, le letali giocatrici d’azzardo. Dicevamo Sex and the City; autodeflorazione come passaggio nella gang, vendita del proprio corpo mai per “scopi” sentimentali, risse di quartiere, furti di biancheria intima, dialoghi monotematici, irruenza e utilizzo del nudo come rivendicazione di un qualcosa di chiaro solo alle protagoniste, abuso e controllo -finanche sopraffazione- del maschio. Purtroppo però manca tutto quello che faceva grandi altre serie dell’epoca, ovvero la visione pop della storia, le tante invenzioni stilistiche, un utilizzo competente di musiche accattivanti e dei personaggi carismatici e al contempo “empatici”. Questo film è invece un veicolo per la strabordante (in ogni senso) Reiko Ike, biondina, volgare e antipatica leader del gruppo sempre pronta ad estrarre le proprie due abbondanti “armi di ordinanza”. Il resto della gang non è da meno; un gruppuscolo di ninfette aggressive, legate da regole e codici d’onore discutibili che non fanno proprio bella figura rispetto allo spessore di tanti yakuza eiga al maschile. E nemmeno rispetto a tanti al femminile. Probabilmente questo primo capitolo della saga (7 episodi dal 1971 al 1974) è divenuto “famoso” per la creativa corsa motociclistica con accoppiamento, in cui dei biker devono sfrecciare sulle moto mentre penetrano delle fanciulle nude stese sul serbatoio; il primo a raggiungere l’orgasmo è costretto a fermarsi, mentre vince l’ultimo rimasto ancora “in moto”.
Il resto sono una serie di sottotrame inutili atte solo a raggiungere la metrica minima del film, cadendo talvolta nel ridicolo involontario (gli incidenti automobilistici sul finale). La violenza è tiepida, le sequenze motociclistiche rare, i duelli e gli scontri minimi. Abbonda quindi il sesso, tracce di ironia e la componente “femminile” della narrazione, tutto sommato poco convincente.
Nel cast anche la sensuale Miki Sugimoto che regala una delle sequenze più riuscite del film quando si denuda senza pudori di fronte ai responsabili di un grande magazzino che la accusavano (a ragione) di cleptomania.
Il regista Suzuki Norifumi è uno specialista nel genere dalla regia di un Red Peony Gambler fino a Convent of the Sacred Beast e oltre.

CONDIVIDI: