Girl Hell 1999

Voto dell'autore: 3/5
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Girl Hell 1999Probabilmente il film più poetico del regista. Ma attenzione, per quelli arrivati tardi ricordiamo che Daisuke Yamanouchi è uno dei registi più estremi del cinema giapponese, degno esponente del v-cinema e dei pink, zone oscure ma non certo ridotte e minori del cinema locale. Gli intenti del regista erano palesi, “Per quel film (Girl Hell 1999) la sceneggiatura passa in secondo piano, lo scopo principale è quello di shockare la gente, di renderla malata. Volevo far vivere allo spettatore un’esperienza drammatica, spingerlo verso i propri limiti estremi al punto che non potesse più sopportare la visione”. Nonostante tutto, quello che ne esce fuori è si un film altamente disturbante, ma al contempo malinconico, intervallato da inquadrature di tramonti, raggi di sole che penetrano come lame attraverso le nuvole, placidi scorci marini. E fin dall’inizio vediamo la liceale Mizuki, in riva al mare, il viso imbrattato di sangue, la malinconia solcare il suo viso, cercare qualcuno di questi raggi di luce che mai le hanno illuminato e scaldato la vita. E’ lei il catalizzatore di tutti i mali del mondo, una virginea liceale, timida, altruista, carente e in cerca di affetti, passiva, totalmente inerme e priva di reazione di fronte alle numerose violenze fisiche e morali che si trova suo malgrado a subire. Il mondo non la vuole, subisce aggressioni sessuali, furti, conflitti morbosi familiari, soffre di autolesionismo e divide la sua amicizia tra una giovane liceale prostituta e la madre barbona annegata nella follia. Nell’unico momento in cui deciderà di reagire lo farà praticamente nel modo più sbagliato, in un gesto di totale climax moralmente autolesionista. La dichiarazione del regista forse non corrisponde del tutto a verità, visto che il film probabilmente non è il più estremo della propria filmografia, quello che fa la differenza è che è del tutto assente una venatura pop mentre glacialità formale permea il tutto, avvicinandolo alle atmosfere di Muzan-E, diretto però in una chiara forma cinematografica. E’ infatti questo uno dei film più cinematografici del regista e nonostante la realizzazione sia in digitale e la fotografia non si faccia notare per qualità, la regia è più solida e funzionale del solito. Eliminate le visioni pop da haiku di Iridella care al regista (e che raggiungono la deriva nei due Android Girl) rimane tutto il freddo e la disperazione, che fluiscono come un gracile ruscello lungo le periferie, località asettiche, sporche e impersonali, tra complessi industriali, foreste di erbacce, casette fatiscenti, ponti. Il sangue sgorga copioso ma solo leggermente oltre i limiti della credibilità, il sesso e gli abusi sessuali come al solito sono routine, andando dai classici estremi surreali cari al regista fino a tenere sequenze disperate che possono ricordare, fatti i debiti paragoni, la dolcezza del Visitor Q di Takashi Miike.

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