Golden Slumber

Voto dell'autore: 3/5
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Golden SlumberDopo Fish Story da Nakamura Yoshihiro ci si aspettava davvero molto: suspense, grottesco e humour nero. Invece l’alone di millenarismo,  l’aria cupa e il gioco dell’assurdo che caratterizzano i film del regista, dopo un avvio notevole finiscono col disperdersi in una narrazione che dopo la trovata iniziale cerca in tutti modi una via d’uscita, diventando a tratti confusa, non padroneggiando i diversi generi con la stessa verve svagata e surreale dell’opera precedente. Senza dubbio il cinema di Nakamura è un cinema generazionale, un cinema incentrato sulle storie di quarantenni giapponesi adolescenti negli anni settanta/ottanta, che sono ancora adesso in cerca di una posizione, o se l’ha raggiunta non si rassegnano a una vita di routine, fatta di lavoro e figli.  Nakamura descrive anche in Golden Slumber, forse ancora più che nel precedente lavoro, una generazione delusa e perdente, attraverso i flashback, numerosi e non sempre efficaci, venati di una nostalgia che stona un po’ col tono generale del resto del film, incentrati sull’omonima, magnifica canzone dei Beatles, cavallo di battaglia dei quattro grandi amici protagonisti della vicenda quando erano studenti all’università.

Morita si rifà vivo con Aoyagi, suo vecchio compagno di studi, improvvisamente e lo coinvolge nell’assassinio del Primo Ministro giapponese, morto in un attentato molto simile a quello di Kennedy, prima di saltare per aria con una bomba da lui stesso innescata. Aoyagi viene ritenuto responsabile dell’atto terroristico e da qui inizia una rocambolesca caccia all’uomo. L’uomo, che anni prima aveva salvato una star ed era diventato una specie di eroe, adesso cerca di rifugiarsi da altri amici e conoscenti, ma è sempre costretto a fuggire di nuovo. L’unica ad aiutarlo sarà la vecchia compagna di studi ed ex fidanzata Hiroko. C’è poi un killer che gira incappucciato per la metropoli in bicicletta e che compare nei momenti più impensati con la domanda di rito: “ Ti ho fatto paura?”.

In realtà, più che mistero e thriller, qui prevale il demenziale, il nonsense, ma mancano la verve e il fascino della novità. L’entusiasmo e lo stupore dei protagonisti da ragazzi diventa a volte melenso e il meccanismo delle fughe alla lunga si ripete. Il finale appare alquanto confuso e poco riuscito. C’è poi un problema di fondo ovvero la scelta per il ruolo principale, quello di Aoyagi, di Sakai Masato; la sua caratterizzazione del personaggio di un uomo ingiustamente perseguitato, fondamentalmente buono, non convince e anzi, priva di sfaccettature com’è, tutta giocata su una faccia mobile e gommosa e le sue smorfie, indebolisce ulteriormente il film.
Takeuchi Junko si trova sempre più spaesata e contesa tra una maturità e una maternità mai pienamente accettate, dimostrando una serietà e posatezza che la fanno restare sempre a un passo dall’ottenere la verve e il brio necessari per affrontare con successo il suo ruolo in questa strana pellicola. Quello che manca davvero è un divertimento scanzonato e una gag riuscita.

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