Gonin

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GoninGonin, cinque uomini, cinque disastri umani, uno peggio dell’altro. Sono Bandai (Satô Kôichi), ex-cantante che ha debiti con la Yakuza, Mitsuya (Motoki Masahiro), un giovane che si finge omosessuale per ricattare anziani adescati nelle discoteche, Hizu (Nezu Jimpachu), ex-poliziotto finito in galera per traffici loschi, Ogiwara (Takenaka Naoto), un padre sbandato che ha paura di confessare a casa di esser stato licenziato e Jimmy (Shiina Kippei), povero disadattato innamorato di una prostituta thailandese schiavizzata dalla Yakuza. L’assurda convinzione di poter derubare il boss di Bandai di una grossa cifra restituisce il peso della loro disperazione, della loro poco lucida e ingenua follia che sfocierà nella tragedia.

E’ il 1995, poco prima della nuova rinascita del cinema giapponese e si vede dai nomi coinvolti che da lì a poco sarebbero esplosi, compresa una giovanissima Kuriyama Chiaki. Certo c’era già il fenomenale Kitano Takeshi nel ruolo d’attore, Motoki, futura star del film premio Oscar Departures, Shiina che non ha bisogno di presentazione e su Takenaka e la sua carriera incredibile ci si potrebbe scrivere una monografia, ma questo è fondamentalmente un film di un certo Ishii Takashi. A nulla vale che sulle edizioni estere mettessero il faccione bendato di Kitano, che invero ha un ruolo importante, ma non certo da protagonista. Questo è un film che gronda, sanguina, la firma del suo autore da ogni angolatura ci si fermi a guardarlo. Noto fumettista, grande sceneggiatore, ma egualmente ottimo regista, vero tratto di unione in quegli anni tra un modo di fare cinema standardizzato da anni di Yakuza Eiga e Pink Eiga ad una forma più moderna ed ibrida su cui avrebbero spiegato le ali Miike Takashi, ma anche un Toyoda Toshiaki di lì a poco.

Un mostro vero. Basti l’incipit del film, il sogno di Bandai che in uno sguardo sintetizza un rapporto che si svilupperà lungo tutto il film. Scena fatta di corpi tagliati in mille pezzi: occhio, schiena, mani, gambe. Poi riverberi e riflessi di luce che irrompono in camera e pioggia, tanta pioggia che restituiscono l’umore della pellicola, ma anche la cifra autoriale del regista. Ossessioni che attraversano tutto il cinema di Ishii, ossessioni vere che scavano fino al tormento i suoi personaggi tenendo ben stretto nel pugno il cuore dello spettatore, in totale fusione empatica con storie che fondamentalmente non lo riguarderebbero, perché chi mai potrebbe identificarsi con questi disperati falliti. Il segreto di scrittura è allora quello di fargli attraversare lo schermo, soprattutto nel momento dell’errore, nei loro delitti, dove Ishii dimostra di sapere che l’unico modo per incastrare tutti i tasselli di una storia di mostri o alienati è proprio quello di donargli umanità. Scavare nella psiche, ricostruirla con l’immagine e servirla allo spettatore ignaro fa proprio parte del suo gioco. Quel gioco al rialzo che tipicamente esplode nel finale delle sue storie di cui non si è mai paghi.

Ishii è tutto questo e perché lo si sia dimenticato sfiora il mistero, nonostante l’ecumenico successo di alcuni film e la frequente distribuzione estera. Gonin per esempio gode di una certa fama negli USA, anche per la presenza di Kitano, e ne esiste una versione Director’s Cut che regala 10 minuti in più di emozioni. In patria è riconosciuto come un gran film e già all’epoca si guadagnò un sequel. E’ davvero strano vedere che Ishii continui a girare, a scrivere, sia un talento cristallino eppure non venga celebrato quanto si dovrebbe. Fortunatamente quanto crea, resta e lascia il segno. Son plumbea pioggia di città i suoi film, senza però la capacità di lavar via i peccati dei protagonisti. Difficile non esser trascinati via dalla corrente.

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