The Great Passage

Voto dell'autore: 3/5
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Inserito in tutte le classifiche, locali e non, dei migliori film giapponesi del 2013, The Great Passage è il “tipico”, classico e perfetto film giapponese spacca Festival. Sono film pacati e intimi, pregni di delicatissimo melodramma, eleganti e umili, ovattati, quasi aerei e sospesi ma privi di quell’aura elitaria autoriale. I territori formali e di senso sono vicini infatti al bel Departures che in comune con questo film ha il fatto di essere stato proposto per l’Oscar come miglior film straniero, senza però riuscire a conquistare questa discutibile posizione. Il problema principale in questo senso è che un film come questo il cui tema portante è la parola, la scrittura e la semantica, per uno spettatore non giapponese può imporre un blocco interpretativo abbastanza insormontabile precludendogli diversi percorsi di accesso.

Ma cosa dirgli per il resto ad un film del genere? Certo, sembra scritto a tavolino (e ovviamente lo è) per ritagliarsi la sua posizione, ma lo fa con un’onestà e una funzionalità priva di cadute e compromessi. E’ un film silente, in punta di penna, agrodolce e delicato, pudicissimo come nessun cinema sembra ormai esserlo. Gli attori sono perfetti (di nuovo un Joe Odagiri, ormai in ruoli sempre più ironici e burberi), tutto è sussurrato e delicato ai limiti della sopportazione, ma probabilmente la magia e il segreto è tutto qui. Oltre ad una storia, tratta di nuovo da un bestseller locale, decisamente fresca; Mitsuya Majime (Matsuda Ryuhei ) viene assunto come nuovo redattore di un dizionario che si prefigge lo scopo di essere innovativo e rivoluzionario inserendo termini freschi in un periodo (gli anni ’90) in cui una rivoluzione tecnologica sta mutando radicalmente la comunicazione. Un problema per lui, timido ai limiti del clinico che non ha mai nemmeno conosciuto l’amore, né la coesione di gruppo.

Di nuovo una proposta di film di genere (perché mai cade in visioni contemplative astratte o vistosamente autoriali) ma elegantissimo e intelligente, fino alla commozione. Può piacere o non piacere, può essere un cinema vitale o meno, sicuro che di cinema così ce n’è un gran bisogno, fosse solo per fare da contraltare a tanti altri rumorosissimi, espliciti e arroganti film che appaiono in altre classifiche. Per quanto tutto questo abbia un senso.

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