Green Chair

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,00/5: 1 voti]

Green ChairLove story a sfondo erotico che non sembra proprio voler prendere una strada precisa e personale, Green Chair presenta dei seri problemi strutturali che ne pregiudicano il pieno e fruibile funzionamento.

Eppure la prima parte sceglie un indirizzo molto preciso quando, fra estenuanti ma calde scene di sesso, il regista si appresta a esplorare il rapporto molto fisico tra un’affascinante trentaduenne e un quasi-diciottenne. Lei ha appena scontato diversi mesi di carcere, proprio dopo che la loro relazione è stata resa pubblica, e i due si ritrovano nuovamente, dando inizio a una lunga serie di amplessi nella camera di un albergo.

Successivamente la trama incontra una svolta inaspettata e le scene esplicite si diradano. I toni diventano quelli smorzati e intimisti di un melodramma “alla coreana” e la relazione, da isolamento a due, si apre ad un terzo elemento e, verso la fine, diventa una piccola microsocietà. E’ nella fase “a tre” che i rapporti vengono ben approfonditi ed arricchiti di nuovi e interessanti elementi, costituendo uno dei punti meglio riusciti del film. Purtroppo la storia viene presto a noia e a nulla servono successive svolte o inserti onirici, sconnessi e lievemente gratuiti, che a stento spezzano il ritmo troppo lineare.

Per fortuna la sola presenza della sensuale e brava Jung Suh (Spider Forest, The Isle, Peppermint Candy) riesce a illuminare la scena col suo malinconico malessere e a risollevare parzialmente le sorti della pellicola. Per sfortuna ciò non basta.

E la scena finale, verbosa, barbosa e, a dir poco, grottescamente surreale – una festa a cui partecipano tutti i personaggi – da il colpo di grazia allo spettatore col suo sfociare in un delirio predicatorio completamente fuori parametro. Basti pensare che il protagonista, dopo aver accennato a una sua mancata selezione per il cast di Volcano High, si produce in un mirabolante salto acrobatico!

Il film che Park Chul-soo ha presentato al Far East Festival di Udine del 2005, quindi, non riflette assolutamente i suoi intenti programmatici, ovvero la commercialità e la facilità di esportazione. A titolo ulteriormente esemplificativo, ciò è ben simboleggiato dalla scena in cui i due amanti sono in un bar e lei sfida lui a rivolgerle la parola per due minuti in modo informale, come una coetanea (cfr. i registri nel linguaggio coreano nel Glossario di AF), una provocazione che solo un coreano avrebbe gli strumenti per interpretare adeguatamente.

Il condimento sexy ben presto si deteriora, quindi, e va a male anche lo sviluppo di una trama già esigua, che, seppur servita con portate di contorno come l’odio per la stampa e per i media, l’indipendenza dell’individuo, i rapporti con la famiglia, l’isolamento dalla società ecc., lascia comunque sul palato un saporaccio acidulo e indigesto.

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