Guilty of Romance

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Guilty of RomanceDopo oltre 500 minuti di montato Sono Sion è pago e riesce a portare a termine la sua trilogia dell’odio con questo film, che va a chiudere il ciclo aperto da Love Exposure e proseguito con Cold Fish. Guilty of Romance ci viene consegnato in DVD ridotto a 115 dei 144 minuti visti nei festival. A farne le spese è probabilmente il personaggio dell’ispettrice interpretato da Miki Mizuno, attrice ed artista marziale tipicamente avvezza ad altri ruoli come quelli di Sasori, Hard Revenge Milly e il suo seguito Hard Revenge Milly: Bloody Battle. A farle compagnia ci sono la prosperosa Kagurazaka Megumi, ormai ospite fissa nel cinema di Sono e presente anche in Cold Fish e Himizu, e la poco nota, sebbene avvistata in Cure e Inugami – Le Divinità Maligne, Togashi Makoto. Spetta a queste ultime due stare in campo per la maggior parte del film sbilanciando a loro favore quello che doveva essere il preannunciato incrocio di storie delle tre donne.

Limare diversi minuti dalla versione internazionale potrebbe sembrare curioso dato l’apprezzamento quasi unanime per il cinema di Sono all’estero, ma si tratta di una scelta dichiarata dai produttori sin dal primo momento. E’ stata infatti venduta in versione breve al Marche Du Film di Cannes per i distributori, ma presentata in quella lunga alla contemporanea rassegna per i critici. La decisione mostra un po’ il fianco ai detrattori del regista che imputano spesso alle sue pellicole l’eccessiva durata e la conseguente perdita di compattezza nel comparto narrativo. Ed effettivamente, nonostante l’evidente limatura, si continuano ad avvertire gli stessi difetti nella recente evoluzione stilistica dei suoi film.

Si tratta ormai del cinema di un mero esecutore che si ostina a ripetere gli stessi imbolsiti stilemi per i suoi cultori e che per di più sembra stavolta tirare un po’ il freno, cercando di limitare il fattore disturbante del suo tipico marchio di fabbrica: l’eroguro. Così si parte da uno scabroso inizio in cui viene ritrovato un corpo mutilato e composto con pezzi di manichino, ma si finisce ben presto a seguire la lenta e lunghissima evoluzione del personaggio della Kagurazaka, invero ai limiti del credibile come per il precedente interpretato in Cold Fish.

La bella attrice è stavolta Izumi, bellissima e sottomessa moglie di uno scrittore erotico, adoratore della precisione e cultore del proprio ego, che la costringe all’astinenza sessuale, ma le concede generosamente di toccare il suo bellissimo pene quando la ritiene particolarmente efficiente nei lavori di casa. Sebbene suoni ridicolo questo parossismo nel caratterizzare i rapporti tra i personaggi non è probabilmente nulla rispetto alla vicenda che si va configurando da lì a poco. Da vera casalinga repressa la Kagurazaga diventa per puro caso una star degli AV come se davvero fossimo in un irreale porno, nonché inarrestabile ninfomane a caccia di prede ovunque, persino in un supermercato dopo aver scambiato tre parole col primo sconosciuto. Tra questi incontri ve ne saranno di veramente spiacevoli, come quello con la prostituta di notte, professoressa universitaria di giorno, interpretata dalla Togashi. L’amicizia tra le due è una spirale di depravazione alquanto buffa che ovviamente sfocerà nella tragedia (leggasi tragicommedia per i detrattori).

Mentre riesce a tenere a freno il sangue e le frattaglie, purtroppo Sono non ha alcun limite in sceneggiatura. Così ci si chiede perché nel metraggio eliminato, nessuno abbia pensato di includere anche gli oltre due minuti abbondanti in cui la Kagurazaka duetta con lo specchio dimenando i suo titanici seni. E vale lo stesso per l’estenuante rapporto sessuale della Togashi nel climax finale, che ricorda l’altrettanto estenuante finale di Strange Circus in cui i nodi venivano al pettine. Lunghezze inutili, superflue, che non fanno bene all’economia del film e fanno dell’autocelebrazione l’unica cifra stilistica che viene fuori in questi ultimi film.

Persino l’unica intuizione felice, quella dell’accostamento/citazione a Il Castello di Kafka, diviene sciocca perché reiterata continuamente. Un infantile e fastidioso giochino, che sa tanto di petulanza da primo della classe, quando invece il sotto testo  della storia è sciocchino, rivelato in superficie  e non  lontano dal Tinto Brass terminale (Così Fan Tutte, Tra(sgre)dire), sebbene virato in termini pseudo-tragici. Le donne hanno bisogno di sesso, i mariti non le capiscono, si ribellano, il mondo fa schifo, la gente è sporca, la famiglia è il posto in cui covano le peggiori mostruosità e così via. A pochi sembrerà un riassunto credibile del suo cinema attuale, ma spogliato del solito côté esotico, che tendiamo a favorire nel cinema giapponese, rimane più o meno questo, che poi è quello che si trova nella stragrande maggioranza dei Pink Eiga da cui Guilty of Romance si discosta di ben poco. Anche il reiterato fattore scandalo, che per la stampa giapponese consiste nel mostrare qualche nudità di attrici non avvezze a farlo, dovrebbe far sorridere, magari intenerire, più che scuotere gli spettatori occidentali.

In fondo questo è cinema exploitation puro, allo stato essenziale, ma tremendamente meccanico, perché esasperato da certe immagini, riempito di certi eventi, saturato da certe musiche, ripetuto fino a che non lo sapremo a memoria. E’ così che Sono confeziona continuamente l’equivoco per il suo pubblico e l’abbaglio per i suoi critici. Bisogna dargli atto che sta vincendo contro il buon senso.

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