Gundala

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Al Far East Film Festival del 2020, Joko Anwar ha bissato in bellezza. In occasione della 22esima edizione della kermesse di Udine, tenutasi interamente online per i noti problemi legati al Covid-19, il cineasta indonesiano ha infatti presentato ben due film.

Il primo, cui abbiamo già dedicato una recensione è Impetigore, un interessante horror soprannaturale a sfondo sociale e folkloristico, che sostanzialmente conferma Anwar quale pilastro di questo particolare genere (il regista è già autore di The Forbidden Door e Satan’s Slaves, presentati a loro tempo proprio al FEFF).

Diversamente, il secondo titolo del cineasta di Medan è stata una grande e gradita sorpresa: Gundala, ovvero il primo cinecomic indonesiano di concezione moderna! L’annuncio di questo film aveva già catturato l’attenzione di molti; e che col senno di poi, possiamo affermare che siamo di fronte a ben più di una semplice curiosità.

Sin dai primi istanti, con Gundala capiamo di essere di fronte a un progetto ambizioso: allorché un’animazione – in perfetto stile MCU o DCEU – raduna alcuni pittoreschi personaggi in una grande illustrazione attorno a un logo, “Bumilangit”. Gundala rappresenta infatti l’atto di fondazione di un vero e proprio cinematic universe, dedicato agli eroi di un’importante casa editrice indonesiana – la Bumilangit, appunto – attiva nel settore del fumetto sin dal 1954. E Gundala è indubbiamente uno dei suoi personaggi di punta, amatissimo in patria come uno Spider-Man o un Batman negli USA: tanto che questo supereroe, creato nel lontano 1969 dal fumettista Harya “Hasmi” Suraminata, è stato già protagonista di un lungometraggio cinematografico nel 1981 (Gundala Putra Petir, di Lilik Sudjio).

Proprio come i suoi colleghi d’oltreoceano, il difensore di Giacarta ha dunque avuto differenti versioni. Nella versione originale, Sancaka – il nome della sua identità segreta – è uno scienziato che, dopo aver lungamente lavorato a un siero anti-fulmine, a seguito di un incidente acquisisce i suoi poteri per l’intervento di un essere divino. Una storia sospesa tra fantascienza e fantasy, in linea con la maggior parte delle origini dei supereroi americani dell’epoca, ma intrisa anche di folklore locale: una forte suggestione derivò infatti ad Hasmi dalla figura mitica di Ki Ageng Selo, il quale si narra potesse afferrare i fulmini con le mani.

Nella prima parte del film di Anwar, Sancaka è – apparentemente – un semplice orfano costretto a sopravvivere da solo per la strada, a seguito di tragici avvenimenti che lo privano dei suoi genitori. Gundala si apre sulle lotte degli operai di una fabbrica, tra i quali vi è anche il padre di Sancaka. Costui ha anzi un ruolo di spicco quale leader della rivolta, nella quale gli sfruttatissimi lavoratori pretendono semplicemente condizioni.

La riflessione politica e sociale è una parte rilevante del cinema di Anwar (la si ritrova – per esempio – anche in Impetigore), che mai è stato pasoliniano come in quest’occasione: nel dipingere le guardie, altri poveracci che si oppongono agli operai con evidente riluttanza; nel far fallire l’ennesima rivolta a causa della delazione di un vicino, nonché collega del padre di Sancaka; e nel rappresentare il brutale assassinio di quest’ultimo (accoltellato ripetutamente) per mano di un collega corrotto. Il messaggio è chiaro: siamo di fronte a una guerra fra poveri, variamente manovrata dall’alto.

Ed è proprio in occasione dell’omicidio di suo padre che il piccolo Sancaka (Muzakki Ramdhan), testimone impotente dell’evento, manifesta per la prima volta il suo potere. In un attimo di furia, attira un fulmine scagliando via alcuni uomini (che in verità volevano solo soccorrerlo), terminando poi svenuto a terra. Questo episodio verrà valutato come incidente; e da questo momento Sancaka, perseguitato dai fulmini, li eviterà credendoli una mera minaccia.

Morto il padre, la famiglia di Sancaka si avvia a un rapido declino. Sua madre, orgogliosa e caparbia, un giorno sparisce misteriosamente, dopo essersi allontanata da casa in cerca di lavoro. Ormai solo, il piccolo Sancaka deve imparare a sopravvivere, in una Giacarta che per tasso di delinquenza non fa invidia nemmeno a Gotham City! 

Un giorno il piccolo futuro eroe rischia grossissimo, finendo violentemente pestato da un gruppo di delinquenti, tutti più grandi di lui, cui aveva guastato un’impresa. In una scena particolarmente disturbante, al bambino viene sfregiato un orecchio con un oggetto acuminato raccolto da terra (se non si fosse capito, siamo piuttosto distanti dalle cautele dei cinecomic statunitensi). 

Sarà l’intervento di un ragazzo molto abile nel combattimento a mettere fuori gioco la banda, salvando così il bambino. Da questi Sancaka riceverà un proficuo addestramento alla lotta (il celebrato “pencak silat” indonesiano); con la promessa, tuttavia, di rispettare sempre la basilare regola di farsi gli affari propri. Per quanto si possa diventare forti, infatti, nel mondo della strada impicciarsi significa sempre esporsi a rischi gravi. E sopravvivere è tutto.

Si tratta evidentemente di un insegnamento incoerente: in fondo, lo stesso Sancaka si è salvato solo grazie all’intromissione del suo giovane mentore, come il bambino non mancherà peraltro di rilevare. Comunque la lezione è appresa, e il nostro protagonista cresce nella mediocrità: ignorando sistematicamente le ingiustizie, in una società che reputa sostanzialmente inemendabile.

Ma la svolta, per quanto tardi, arriverà. Ormai adulto, con un anonimo ma stabile lavoro da custode, il disilluso Sancaka (ottimamente interpretato da Abimana Ariasatya; Shackled, 12:00 A.M.) s’imbatte in una serie di personaggi – tutte persone comunissime – che lo porteranno a cambiare idea. Un anziano collega, che gli farà notare come salvarsi la pelle sia poca cosa rispetto a perdere la propria umanità; ma soprattutto una giovane donna e il suo fratellino. Sarà per difendere costoro, minacciati da alcuni criminali per il coinvolgimento di lei nella difesa di un mercato, che Sancaka contravverrà per la prima volta la sua norma di vita, esponendosi per difenderli.

Inizialmente il nostro protagonista, ormai abilissimo lottatore, ha la meglio. Ma la successiva reazione della banda ne metterà nuovamente a repentaglio la vita, in un nuovo pestaggio violentissimo, analogo a quello patito da bambino. C’è una coincidenza di fondo tra la lezione appresa da Sancaka durante l’infanzia, e la nuova prospettiva appena ottenuta: l’eroismo implica il rischio, il sacrificio, anche estremo; oppure non è tale.

Significativamente – il cerchio tracciato dall’infanzia, ora si chiude – i malviventi sfigurano Sancaka tagliandogli l’altro orecchio. Ma finalmente, quando le cose sembrano ormai volte al peggio, avviene il miracolo: un fulmine sopraggiunge, colpendo Sancaka. Il giovane uomo, praticamente morto, si riscoprirà ben più vivo di prima. Non solo guarito, ma più forte, più veloce, e in grado di manipolare i fulmini! Inizia il secondo di molti round a venire: ha inizio la storia dell’eroe simbolo del popolo indonesiano, Gundala!

Gundala è una origin story sfaccettata e complessa, ma anche sintetica, efficacemente mirata alla costruzione di un character credibile. Joko Anwar – che scrive e dirige – è encomiabile nel dare spessore a un supereroe dal background affascinante e dal forte significato simbolico.

La storia di Sancaka/Gundala è quella di un uomo comune che scopre un destino unico, ma che non avrebbe alcun senso senza la sua volontà e la sua consapevolezza. Indubbiamente Sancaka è un predestinato, caratterizzato da un potere che ha del soprannaturale, se non propriamente del divino; ma nulla può accadere sin quando l’uomo non lo merita, non si mette alla prova rischiando. Un perfetto equilibrio tra istanze mitiche e radici popolari, forse essenziale a qualsiasi supereroe modernamente inteso: ma che acquista particolari sfumature nel contesto di un Paese quale l’Indonesia, largamente musulmano (una religione in cui il tema della predestinazione ha un significato complesso e profondo) e dal passato ricco di eroi. 

Per questo i riferimenti occidentali più immediati, a questo livello della sua evoluzione, sono personaggi urbani come Batman (senza averi, ma con un superpotere in più) o i marvelliani Spider-Man e Daredevil; per quanto – restando in casa Marvel – la manipolazione dell’energia dei fulmini lo avvicini a un Thor o una Tempesta. Un’abilità che potrebbe peraltro risultare insidiosa: così come si carica di energia, potrebbe accadergli di restarne privo. A tale proposito c’è nel film tutta una fase di auto-addestramento di Sancaka, davvero molto interessante.

Viene sviluppata insomma un’espressione decisa della definizione che accompagna Gundala, “negeri ini butuh patriot”, “questo paese ha bisogno di patrioti”. L’ascesa di Gundala è il faticoso illuminarsi di un faro per l’Indonesia, un simbolo per tutti gli onesti: non solo i poveri, ma anche i politici non corrotti (profonda la riflessione di uno di essi sul senso della parola “moralità”), che daranno un apporto importante alla lotta altrimenti solitaria di Sancaka.

Una lotta che parimenti cresce progressivamente di livello, cominciando da bande furiose di anonimi delinquenti (un classico dell’action indonesiano recente: pensate ai due The Raid di Gareth Evans), sin quando il nostro protagonista si troverà contro un villain di tutto rispetto. Il notevole Pengkor (Bront Palarae), la cui affascinante genesi è per molti versi speculare a quella di Sancaka.

Un uomo in sé fragile, rimasto storpio e sfigurato a causa di un incendio doloso, ma che ha saputo costruirsi un potere immenso attraverso la criminalità. A partire da quegli orfanotrofi dei quali uno doveva essere la sua tomba, e che ha reso invece le fucine dei suoi sicari; con i quali Gundala confliggerà in una serie di spettacolari combattimenti. Ma il “potere” maggiore di Pengkor è il suo folle, sadico genio: come testimoniato dalla crudele prova cui sottoporrà il suo Paese.

Commercialmente parlando non sarà facile per il “Bumilangit cinematic universe” (potente il cliffhanger nel finale di Gundala…), almeno a livello mondiale, farsi strada attraverso l’agguerritissima concorrenza. Ma a livello artistico, se il buongiorno si vede dal mattino, la sfida è vinta.

Con Gundala Joko Anwar confeziona un cinecomic sontuoso ed efficace, girato con rigore ma non senza rinunciare a momenti d’inventivo virtuosismo. Un’avventura popolare, godibilissima, ricca di notevoli sequenze action (combattimenti molto ben coreografati), che è anche una riflessione sulla miseria e la grandezza dell’umanità, dal valore universale senza mai rinunciare alla propria specifica identità.

Una visione urbana cupa e violenta, in cui pian piano si fa strada la luce. Un fatto reso in modo visivamente tangibile da un protagonista come Sancaka/Gundala: che quella luce la trascina proprio a terra, dal cielo, ravvivando nuovamente una società ormai immersa passivamente nelle tenebre (la fotografia virata al bruno, le scenografie opprimenti, che un po’ alla volta mutano…).

Una luce dirompente, mediata da quelle antenne a forma delle ali della libertà. Emblematicamente sorte, a rappresentare l’ideale punto d’incontro tra il super- e l’eroe, sopra quelle orecchie deturpate dalla “comune” violenza dell’uomo.

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