Handsome Siblings

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Esiste un villaggio (Villians Valley) al di fuori della legge dove vivono i “10 Untouchable Heroes”. Accusati di furto vengono però attaccati, contravvenendo alle regole, dalla regina dell’Eva Palace (Sharla Cheung). A difenderli entra in scena Master Yin (con infante a seguito), il marito della donna. Tra i due è scontro senza esclusione di colpi; l’uomo vince ma viene ridotto ad un vegetale mentre la donna dopo aver dichiarato la separazione matrimoniale con Yin se ne va minacciando che 18 anni dopo, un suo seguace sarebbe tornato a compiere il suo dovere.
Diciotto anni dopo il bambino, allevato dagli abitanti del villaggio, soprattutto da Big Mouth Lee (Ng Man Tat) è diventato Fishy (Andy Lau), un campione di arti marziali mentre Eva ha adottato una ragazza, More (Brigitte Lin) forgiandola al combattimento. Tutta questa pletora di casi umani è destinata ad incontrarsi nel corso di un torneo di arti marziali.
Handsome Siblings possiede tutti i pregi e i difetti dei wuxiapian di seconda categoria; non che si voglia parlare di cinema di serie “A” e “B”, bensì di pionieri-prototipi e film di derivazione. In questo caso ci troviamo in un classico calderone di commistione di generi, prevalentemente il wuxiapian più coreografato, cosparso di ultraviolenza gore, alternato a torridissime sequenze comiche. Come non bastasse i venti minuti finali regalano anche delle suggestive sequenze melodrammatiche non senza avere avvicendato siparietti sentimentali, tradimenti, e battute scatologiche.
Dopo i pionieri Swordsman e altri film rigorosi e inventivi, nel periodo di fine ’80, inizi ’90 fu un continuo fiorire di titoli che ricalcavano i titoli principali estremizzando, plagiando e variando elementi, sempre più spesso mescolando generi e stili. Nascevano così film minori, di puro intrattenimento ma assolutamente liberi, gratificanti e ottimamente confezionati, come in questo caso.
La regia di un insospettabile (ma nemmeno tanto) Erik Tsang, appoggiata sull’arte di più coreografi (tra cui Philip Kwok) regala un robustissimo wuxia estremamente virtuosistico e violento (arti staccati, corpi crivellati e straziati, sangue a fiumi), troppo spesso rallentato da complessi (e classici nel genere, aggiungerei) intrecci narrativi non sempre di immediata comprensione oltre a continue battute che fortunatamente spesso riescono a fare sorridere nonostante la loro natura bassissima.

Il cast è stellare; oltre agli attori già citati va menzionato un cameo di Anita Yuen, l’incontenibile Ng Man Tat e un ottimo Francis Ng che regala l’ennesimo strampalato villain della propria carriera. Più pregiata del solito la cura dei costumi e soprattutto dei trucchi; quello di Sharla Cheung –pur nella sua semplicità- è uno dei più ricchi e riusciti mai visti in un wuxia. Ottima anche la fotografia che valorizza in maniera straordinaria soprattutto i personaggi femminili.
Tratto da un romanzo classico di Gu Long già trasposto molte volte sullo schermo cine-televisivo.
Un film da affiancare a molti altri validissimi film appartenenti allo stesso genere e figli del metodo codificato dal duo Tsui Hark/Ching Siu-tung; film come The Three Swordsmen, Butterfly & Sword, Royal Tramp e molti altri (fortunatamente).

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