Hanson and the Beast

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Wolf Warrior II ha segnato una sorta di ricerca -di successo- di nuove strade da percorrere all’interno del cinema popolare più commerciale cinese.

Gli ultimi anni erano stati invasi da un florilegio di fantasy eccessivi e iper effettati paralleli e contigui a numerosi titoli che andavano a raccontare sotto molteplici forme le avventure di Viaggio in Occidente. Scelta che si è inaridita in fretta visti gli incassi sotto le previsioni del terzo Monkey King e invece l’estremo successo di Operation Red Sea.

Hanson and the Beast, sorta di La Bella e la Bestia al contrario si infila in una nicchia tutta da esplorare; un fantasy si, ma urbano, parte sci-fi, stilisticamente liberissimo, agrodolce, che per certi versi si avvicina più al folle Meow che ai vari colossal come League of Gods.

Yuan Shuai (Feng Shaofeng) è un regista fallito che lavora in uno zoo. Viene avvicinato da Bai Xianchu (Liu Yifei), una donna volpe che vuole conquistare il suo cuore col “piede di porco” riconoscendo in lui l’animo gentile di un uomo raro visto che da bambino l’aveva salvata (nella forma animalesca) da una gang di bulli facendole scudo col proprio corpo. L’idillio sboccia ma l’ufficio che vigila e impedisce rapporti tra umani e mutanti interviene per rapire la ragazza e bloccare la storia d’amore.

Film ricco e popolare ma fortunatamente non globalizzato, saturo di dettagli e elementi radicati nella cultura locale, libero e percosso da momenti decisamente ispirati.

Questi i  pregi maggiori di Hanson and the Beast che avvicenda una fotografia ricercata e una storia agrodolce tipica e di maniera ma funzionante. Certo, il tutto spesso sfiora i limiti del carnescialesco ma film come questo rappresentano ormai un precedente.

Hanson and the Beast, così come il coreano Along with the Gods sono il nuovo cinema di genere popolare, ricco ed esile, totalmente sostituibile con i corrispettivi USA. Ormai quel cinema non è più prerogativa degli Stati Uniti.

Un tempo parlando di Hong Kong si diceva “la Hollywood di Oriente” (parafrasando anche un libro uscito in Italia). Ora Hollywood non possiede più il primato di fabbrica di sogni ma è ormai una baracca decadente il cui unico effluvio di vitalità è la ricerca e innovazione tecnologica ai fini di imporre un monopolio dovuto ad un gap.

Quindi è il cinema cinese tout court, senza paragoni azzardati e pretestuosi che tanto piacciono ad una stampa priva di riferimenti.

Mai come adesso il cinema sta cambiando macroscopicamente. Film come questo, che comunque non ha rappresentato un incasso memorabile, mostrano una ricerca e una sperimentazione salutare. Ha un suo pubblico, ha i suoi pregi, ha i suoi (molti) difetti, ma va ormai osservato, analizzato e contestualizzato in una nuova storia del cinema al bivio.

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