Harmful Insect

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Harmful Insect“Nella società giapponese bene e male sono molto ambigui, perché i genitori non insegnano ai loro bambini la differenza.” 

Intervista con Shiota Akihiko, Tom Mes, Midnight Eye.

Sachiko ha tredici anni. Non ha bisogno di tagliarsi le vene perché già ci pensa la madre a farlo. Non va più a scuola, frequenta un ragazzo più grande di lei e persino un mezzo barbone matto. Nel tempo libero scrive al professore che si mormora si sia licenziato da scuola per colpa sua. E` una vera dissociata che la sua migliore amica vorrebbe salvare dalla rovina e dalle chiacchiere delle altre coetanee, ma sembra non ci siano speranze nel mondo nero di solitudine dipinto dal regista Akihiko Shiota. Certo ci può provare, Sachiko, come quando sconvolta dalla scomparsa del suo amico di strada decide di ritornare a scuola. Prova anche ad avere un nuovo ragazzo, ma questo non vuol dire che possa riuscirci a vivere. Niente affatto. Siamo dannatamente soli in questo mondo in cui ognuno sfrutta l’altro per il proprio benessere. E questa è una regola che Sachiko conosce sin troppo bene visto che sembra quasi compatirli i suoi carnefici, siano essi la madre, i suoi ragazzi, il suo ex professore. Giusto la sua amica del cuore sembra destabilizzarla e donarle la facoltà di ricoprire la realtà di nuova vernice, perché non a caso l’unica a rinunciare al proprio benessere cedendole l’amore di un ragazzo.

Basta però poco per far crollare questo castello di carte. Sachiko riesce a vedere sin troppo bene nelle pieghe di questa società ammalata dall’assenza di comunicazione, come se le persone fossero trasparenti, con una lucidità da far paura in una bambina. E` interpretata molto bene da una sorprendente Miyazaki Aoi, all’epoca sedicenne, che viene diretta in maniera altrettanto eccellente da Shiota. Questi fu regista l’anno prima di Gips, uno dei sei film indipendenti della collana Love Cinema di cui faceva parte anche Visitor Q di Miike Takashi. All’inizio del decennio scorso era una delle giovani promesse del cinema nipponico. Nel 1999 fece infatti gran scalpore il suo doppio esordio con Moonlight Whispers e  Don’t Look Back, film premiati un po’ ovunque e che gli valsero il prestigioso premio come miglior regista esordiente in patria da parte della Nihon eiga kantoku kyōkai (storica associazione dei registi cinematografici giapponesi). Riconfermatosi poi col successo commerciale di Yomigaeri, ma persosi nell’oblio dopo il flop critico della riduzione dal vivo di Dororo, manga capolavoro del maestro Tezuka Osamu, lo troviamo qui di fronte ad una prova molto sobria e misurata che fu onorata anche della proiezione al Festival del Cinema di Venezia del 2001. Gaichu è film che vive sul sottile equilibrio di quei drammi giapponesi, dolorosi e necessari, che hanno fatto la storia del cinema locale dipingendo ritratti di giovani soli al mondo.

Sono infatti cronache del dolore di una ragazzina sola narrate con delicatezza incredibile. Là dove non arrivano le immagini ci pensano le missive scambiate con l’ex professore: Una comunicazione ritardataria, lenta, abbastanza inutile come spiegato dal regista stesso nelle interviste. La cosa non è assolutamente slegata dalla narrazione come spesso accade con le didascalie troppo insistite, ma piuttosto sono attimi di puntualizzazione che servono a ritrovare ordine nella frammentarietà della mente e della vita della protagonista. Avviata su una spirale discendente, rassegnata al peggio e pronta ad annullarsi una volta esaurita la spinta con cui scende inerte nell’abisso, la si può proprio riassumere così Sachiko, come una bambina conscia di non avere alcun futuro.

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