Hazard

Voto dell'autore: 4/5
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HazardIl 2005 è un po’ l’anno d’oro per il Sono regista, un po’ come lo era stato il 2004 per Kim Ki Duk, per certi versi. Infatti, il 2005 è l’anno in cui Sono esplode letteralmente mettendo le mani in due filmoni “alla Sono Sion” come Strange Circus e Noriko’s Dinner Table. A fianco di queste due pellicole, tuttavia, in quel periodo il regista giapponese aveva in cantiere anche un film tratto da una sceneggiatura di Kumakiri Kazuyoshi (Non-ko) che partiva da un misterioso caso riguardante omicidi e pratiche sadomaso ispirato a una storia vera avvenuta alla periferia di Tokyo. In quella sceneggiatura, il protagonista ricordava di quando in quando alcuni momenti della sua infanzia passata a New York. E qui succede un po’ il patatrac, perché quando Sono se ne va nella Grande mela in cerca di location per questi flashback, si innamora dell’atmosfera di costante tensione delle strade della città americana, filtrata anche per sua stessa ammissione tramite i film di Scorsese, e decide di cambiare rotta: il film di partenza diventa una storia di un giovane giapponese smarrito che arriva a New York in cerca di stimoli e adrenalina, che lo risveglino dallo stato di costante torpore agitato in cui gli pare di affogare, il titolo diventa Hazard e un Odagiri Joe allora agli inizi diventa il volto di Shin, il ragazzo protagonista di questa nuova storia di coming of age.

Il percorso di Shin è disegnato come un’altalena di crescita e regressione di una persona che sceglie di prendere la strada come scuola di vita, o anche solo come palestra temporanea di allenamento, a questa vita che in Giappone gli sembrava un serbatoio di noia e consuetudini, una gabbia di passato e futuro in cui lo spazio per il presente viene ridotto al minimo. A New York, invece, Shin incontra due compari d’avventura in Lee, mezzo cinese e mezzo giapponese ma nato e cresciuto in America, e Takeda, un ragazzone timidissimo quando intelligente, e insieme a loro assapora quello che potrebbe essere definito come il più classico dei “momenti carpe diem” che marcano bene o male la crescita di molti personaggi del cinema indipendente a partire dal New Cinema americano degli anni ‘70: rapine nei negozi, risse in strada, nottate insonni, piccole vendette, chiacchierate a notte fonda sul senso della vita.

Fin qua, in effetti Hazard sembra un film piccolo piccolo anche e soprattutto se confrontato con il dramma sociale dipinto a tinte forti negli altri film di Sono, ma in realtà a fare la differenza è che il dolore di crescere e la poesia con cui questo dolore è raccontato sono sinceri, palpabili, vissuti, impressi nelle immagini a forza; così, finisce che più di una scena riesce a commuovere (e non è comune nei film di Sono, che invece solitamente puntano a un range di reazioni tra il disgusto e la risata), prima tra tutte quella della monetina lanciata in aria. Le interpretazioni dei protagonisti e l’immediatezza delle scene girate dal vivo e anche dal vero per le strade di New York (Hazard è il primo film in digitale per Sono, che fece questa scelta appunto per essere più agile possibile nelle riprese effettuate in America, molte delle quali realizzate senza permessi e con veri passanti in strada coinvolti a loro insaputa nel film) fanno il resto e a stonare un pochino rimangono solo certi inserti con un misterioso bambino e la sua voce fuoricampo (forse un rimasuglio della sceneggiatura iniziale di Kumakiri). Un piccolo grande film, insomma, di quando Sono Sion ritraeva storie interessanti e coinvolgenti e non mediamente lunghe masturbazioni cinematografiche ad uso e consumo di se stesso e dei fan.

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