Headshot

Voto dell'autore: 4/5
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Che Pen-ek Ratanaruang sia uno dei più grandi cineasti in circolazione è un dato di fatto. Dai timidi esordi con Fun Bar Karaoke, passando per il successo di critica Last Life in the Universe, nel tempo il regista thailandese è andato cercando uno stile astratto e fitto di sottrazioni e silenzi. S’è preso i suoi rischi e ha commesso alcuni passi falsi, con coraggio e determinazione, sacrificando coerenza e fruibilità a favore di un ermetismo sempre più involuto. Tuttavia, il precedente Nymph segna un punto di arrivo fondamentale per la sua carriera: la forma è ora pienamente veicolo del contenuto, e il contenuto esplode grazie alla forma. Basti citare il piano sequenza in apertura, una lezione di cinema enorme ed eloquente, un modo sinceramente elegante per contestualizzare l’ambientazione della pellicola.
Headshot, sua ultima fatica, è un ritorno al crime che lo aveva lanciato fra i protagonisti della new wave Thai dello scorso decennio. Ratanaruang, memore di tutta l’esperienza pregressa, rivede la sua idea di crime e riscrive un genere specifico destrutturandone i canoni prestabiliti. Il canovaccio, infatti, è tranquillamente ascrivibile ai classici crime: poliziotti duri, criminali spietati, femmes fatales mozzafiato, galera, vendette, corruzione, omicidi, riscatto, giustizia personale e non. Tul (Nopachai Jayanama, già in Nymph) è un poliziotto integerrimo disposto a mettere a rischio la propria vita per gli ideali in cui crede. Il raid in una fabbrica colpisce un pesce troppo grosso. Provano a corromperlo, ma lui si rifiuta, per cui i malavitosi fanno in modo di sbatterlo in galera. In prigione entra in contatto con un’organizzazione di giustizieri privati, che gli offre la possibilità di mettere effettivamente in pratica il senso di giustizia che sta cercando. In una missione per conto di questi, Tul viene gravemente ferito alla testa da uno sparo. Una botta quasi mortale che gli causa un danno permanente alla vista: da lì in poi vedrà il mondo costantemente capovolto. A distinguere Headshot dal resto del filone crime ci pensa una componente religiosa-spirituale suggerita, accarezzata da Pen-ek, sottilmente mescolata agli sviluppi intricati della narrazione. Il principio di retribuzione del karma incastra il protagonista Tul in una serie di azioni-reazioni letali, alle quali seguono azioni-reazioni altrettanto rischiose. A queste, non serve dirlo, corrispondono conseguenze che Tul deve imparare ad affrontare. Proverà più volte a sottrarsi, ma è davvero possibile venire meno alle proprie responsabilità? Chi con la mente è tornato al meraviglioso Running on Karma di To non ha sbagliato.
Headshot cala subito lo spettatore nella confusione che obnubila la testa di Tul. Gli eventi non si susseguono linearmente, ma si procede avanti e indietro nel tempo. Ci sono pochi indizi per tenere le fila, vedi il taglio dei capelli di Tul, per citarne uno. Non mancano ovviamente i capovolgimenti di fronte a più riprese, non solo in termini di macchina da presa. Ratanaruang è infatti parco nel mostrare il mondo attraverso gli occhi di Tul. Non abusa della situazione per stemperare i toni della vicenda, ma sfrutta la ripresa a testa in giù solo per ricordare le difficoltà che Tul deve superare. Anzi, come lo stesso personaggio dichiara ad un certo punto, vedere in quel modo obbliga a concentrarsi e, quindi, a scoprire nel dettaglio ciò che si sta vedendo. È un’altra prospettiva da cui vedere oggetti e persone, paradossalmente necessaria, come indica il titolo originale del film: “pioggia che cade verso il cielo”.
Sbaglia chi, magari orientato male dal titolo internazionale, cerca una pellicola d’azione. Azione e violenza non mancano, vedi la scena abbastanza dura della tortura ai danni di Tul. Ratanaruang prosegue però nella direzione astratta dei suoi più recenti lavori, quindi il ritmo è compassato, la tensione è costante. Il buio freddo pressoché interminabile in cui si muovono i personaggi è claustrofobico, e i soli spiragli di luce e di pace arrivano quando entrano in scena le uniche due donne coinvolte nella trama. Bellissime e al tempo stesso ambigue, Tiwa e Rin sono due facce della stessa medaglia, fragili e determinanti in egual misura per il destino di Tul. Attorno a loro, infatti, gli eventi si muovono e rimbalzano, e così la sorte di Tul. Pen-ek contrappone i loro sguardi, i loro abiti e le loro voci alla spietata caccia all’uomo di Headshot. Un contrasto formidabile nella sua eleganza, mai volgare e mai eccessivo. Azione e violenza, come si diceva, non mancano e quando arrivano sono improvvise, rapide, precise, dirette, essenziali. Indimenticabile la sequenza fra gli alberi sotto la pioggia.
Headshot rilancia Pen-ek nella mischia dei migliori, e arriva a ricordare che qualcosa di grande è ancora possibile in Thailandia. Non è rivoluzione, non è innovazione. È cinema che si spinge lontano dal sensazionalismo, lontano dalla logica di mercato, opera di un autore che di nuovo ci lascia in trepidante attesa di quello che sarà il suo futuro. È anche, probabilmente, il risultato che voleva ottenere Nicolas Refn nel suo sopravvalutato Drive, ma forse qui siamo noi a spingerci oltre.

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