Hellevator

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HellevatorLuchino è una studentessa che vive con insofferenza il rigido controllo imposto sulla vita delle persone da una futuristica società distopica, organizzata all’interno di una mastodontica struttura di duecento piani, connessi da una rete di ascensori. Nel percorso quotidiano verso scuola, Luchino viene sorpresa dalla sorveglianza nell’atto di fumare una sigaretta, ma riesce a trovare rifugio proprio all’interno di uno degli ascensori. Il viaggio procede tranquillamente fino al piano adibito a colonia penale della struttura, dove salgono a bordo due psicopatici, scortati da un manipolo di guardie. Ovviamente è solo questione di tempo prima che accada un imprevisto, che porterà alla liberazione dei due criminali e farà precipitare la situazione.

Hellevator è un progetto realizzato durante gli studi dal regista Hiroki Yamaguchi e successivamente sviluppato in un vero e proprio film, grazie alla buona accoglienza ricevuta nella sua versione preliminare. Sin dalle prime sequenze è facile identificare una delle ragioni alla base del successo del prodotto: la tensione, che viene a crearsi all’apparizione della sigaretta accesa e che non abbandonerà mai lo spettatore durante la visione. Merito della scelta di ambientare quasi l’intera vicenda all’interno del claustrofobico spazio dell’ascensore, decisione rischiosa, ma pienamente azzeccata. Hellevator è infatti un calderone di idee che, pur non essendo estremamente originali nella loro singolarità, vengono amalgamate con ritmo e sapienza, facendo scorrere la vicenda su binari fluidi e prevenendo la monotonia, che sarebbe altrimenti potuta derivare dalla scelta della location. Impossibile non pensare al Cube di Natali, che aveva già dimostrato come la brillantezza della sceneggiatura possa ovviare alla monotonia dell’ambientazione, in grado di diventare invece uno dei punti di forza della pellicola. All’interno dello spazio angusto dell’ascensore di Hellevator, infatti, viene esaltata la fisicità dei due psicopatici, che riescono ad incutere una sensazione percepibile di vero e proprio disagio. Anche la gestione delle luci gioca un ruolo importante nel creare un setting inquietante, particolarmente esaltato nelle sequenze oniriche associate alle visioni di Luchino. Nel complesso Hellevator strizza l’occhio ai seguaci dell’horror e del cyberpunk, con particolare attenzione per i primi. Sangue, visioni ed ambientazione rendono la vicenda disturbante e fosca al punto giusto, anche grazie ad un comparto di effetti speciali di qualità più che dignitosa, considerato il budget ridotto a disposizione del regista. L’ambientazione invece rimanda alla migliore tradizione del Brasil di Terry Gilliam ed è esaltata da un finale forse prevedibile, ma aperto ad interpretazioni interessanti, soprattutto da parte di chi ha avuto modo di apprezzare un certo genere di cinematografia e letteratura. A voler trovare un difetto della pellicola, forse si poteva dedicare un po’ di spazio in più proprio alla componente cyberpunk, gustosa e ben sviluppata, ma presentata in maniera asciutta e senza tante informazioni al contorno. In ogni caso possiamo dire di essere di fronte ad un prodotto dalle qualità importanti e che dimostra ancora una volta come non sia indispensabile un budget imponente per girare film ben riusciti. Peccato che dopo Hellevator il regista non si sia cimentato con altri prodotti, che avrebbero potuto mettere in ulteriore evidenza la sua capacità e la sua inventiva.

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