Helter Skelter

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Helter SkelterNelle pagine finali del manga da cui è stato tratto Helter Skelter suona l’omonima canzone dei Beatles, uno dei pezzi più strani del loro repertorio, talmente strano e rumoroso da non lasciare indifferenti nemmeno i non fanatici del quartetto di Liverpool. Helter Skelter è la parola inglese che serve ad indicare uno stato di confusione mentale e deriva dall’omonima giostra, una sorta di scivolo a spirale che provocava per l’appunto il mancamento, che viene descritta meticolosamente dal testo di McCartney: “Quando arrivo in fondo, torno in cima allo scivolo dove mi fermo, mi giro e riprendo a scendere finchè non arrivo nuovamente in fondo e ti vedo nuovamente.” Helter Skelter è quindi proprio la sensazione che la protagonista Lilico nutre spesso verso il mondo che la circonda, ma che la regista Mika Ninagawa trascura impunemente tralasciando la presenza della canzone nel finale.

Il dettaglio che può certo sembrare marginale è invece sintomatico del travisamento dell’opera originale alla base di questo adattamento. Per spiegare Helter Skelter bisogna infatti partire da lontano. La sfortunata autrice Okazaki Kyoko, costretta al quasi totale ritiro dal mondo del fumetto a causa di grossi traumi fisici e mentali susseguenti ad un incidente occorsole nel 1998, riuscì con quest’opera nel rivoluzionare il settore letterario in cui si muoveva. In Giappone accanto al ben più noto Shoujo Manga convive infatti un fumetto destinato a settori di pubblico femminile più adulto. Per la prima volta nel Josei Manga, noto a volte come OL (Office Lady) manga, entravano di forza grazie a questa autrice profondi temi psicologici e introspezione dei personaggi mai visti sino ad allora. Traendo ispirazione dal tema dell’esasperazione femminile di fronte all’invecchiamento, che vanta illustri predecessori cartacei (Senrei di Umezu Kazuo) e cinematografici (Viale del Tramonto di Billy Wilder) come già fatto notare nell’articolo sul fumetto pubblicato su Una Stanza Piena di Manga1, l’autrice dipanava una storia che viaggiava nei medesimi territori fatti di sogni ed allucinazioni mescolati a cruda realtà che negli stessi anni formavano la base del cinema di Lynch.

Il materiale di partenza è quindi assimilabile a capolavoro, che trascende il confine del genere per sfociare in qualcosa di ben più alto. Viene da accostargli vicino quell’altro capolavoro su una donna difficile che è The Book of Human Insects di Tezuka Osamu, solo che da queste parti si va ancora più in là, perché Helter Skelter è una storia sulle donne scritta da una donna stessa. Per cui non a caso si era scelto un’attrice simbolo (Sawajiri Erika) e una regista simbolo (Ninagawa Mika) degli ambienti narrati nel manga per tradurla, ma qualcosa nel meccanismo ordito non ha decisamente funzionato. Sono tanti gli esempi di grandi fotografi che son riusciti a fare il gran passo e diventare ottimi registi, ma Mika Ninagawa non fa affatto parte della categoria. Coccolata, vezzeggiata dai media, persino la sua personale pagina web arriva a descriverla sforando gli argini della moderazione come “Japan’s most popular photographer”. Sebbene questionabile come definizione, la cosa parzialmente spiegherebbe i pachidermici sforzi di produzione per le sue opere cinematografiche come l’esordio Sakuran, nonché l’interesse internazionale vista la sua programmazione al Festival di Berlino e al Far East Film Festival.

Questo recentissimo Helter Skelter cerca addirittura di volare più in alto del precedente sia a livello visivo che concettuale, ma se esistesse il reato di vilipendio ad un capolavoro la Ninagawa sarebbe nei guai più neri. Così una terribile vicenda dagli onirici e psicanalitici risvolti come scritta originariamente dalla Okazaki diventa una terribile operetta buffa. Pretenziosi archi a sproposito in scene cardine, come quelli che avrebbe usato il buon Hitchcock per i suoi thriller, continue inquadrature con i soliti colori ultra saturi tipici dello stile della fotografa, che vorrebbero essere la fine estetica del mondo, un lavoro sulla profondità di campo estenuante per far la gioia dei maniaci dell’alta definizione, ma dentro la confezione c’è un misero contentino. Trattasi di un miscuglio terrificante che dimostra una conoscenza prossima allo zero di certi meccanismi narrativi, accompagnata da una pretenziosità e immodestia fuori luogo che spesso chi proviene da altri ambiti attigui al cinema mostra nell’approcciarsi alla materia. Allora via i Beatles, ma dentro una Mushi no Onna, canzone simbolo di Jun Togawa2 sulla crescita da adolescente a donna di molte ragazze. Gioca delicatamente sul doppio significato dei kanji 蛹化 che possono significare sia insetto se pronunciati mushi, che la chiusura in bozzolo dell’insetto se pronunciati youka, ma purtroppo buttata dentro a forza non fa altro che aumentare la sensazione di disagio per un’opera che prova vanamente uno sterile commentario dell’estrema, talvolta crudele e sessista, attenzione all’estetica femminile della società giapponese. Non riesce in alcun momento a fare il salto di qualità, perché da una parte vi è la storia della Okazaki di donne adulte che vivono una tragedia dietro le loro maschere, dall’altra questa versione frivola, di chi riesce a vedere il quadro complessivo della vicenda, ma non riesce a penetrarvi rimanendo per l’appunto confinata all’esterno, quello adolescenziale, come se questa realtà la si stesse osservando in una sfera di vetro. Riprova ne sono il continuo soffermarsi sulle scolarette nei caffé, sulle strade della moda giapponesi, sull’attraversamento dello Shibuya crossing, su quella topologia della città riconoscibile anche da chi Tokyo l’ha vista giusto da turista senza viverne alcuna delle tremende contraddizioni. Quello che sulla carta poteva essere l’adattamento dell’anno con una ottima e coraggiosa Erika Sawajiri, discussa attrice che i pettegolezzi vogliono trasposizione sin troppo reale di Lilico e finalmente al ritorno nel cinema dopo anni di lontananza dalle scene, si risolve in niente altro che una visione distorta, glamour e patinata di temi che meritavano tutt’altro filtro. Lontano dal film la notizia dell’attrice che ripiomba nel silenzio durante la promozione del film per non precisati motivi di salute, sembra quasi uno scherzo del destino, una crudele rottura di quel bordo tra la realtà e la finzione del manga, come se il film formasse davvero una inutile, superflua barriera tra una donna fragile  e quella terribile storia narrata dalla Okazaki anni prima.

Note:

[1] Il testo citato è consultabile a questo link.
[2] Nel 2012 la Ninagawa ha anche curato la selezione di canzoni per una raccolta di Jun Togawa.

Materiale promozionale:

Alcune estratti dal manga:

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