Henge

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HengeIl cinema indipendente giapponese segue strane vie. Henge, che sta per metamorfosi, ci tiene a chiarire con una schermata di testo che è una storia d’amore tra moglie e marito. A sconvolgere le loro vite arriva la malattia o forse la possessione, dato che la cosa è poco chiara, del marito (Aizawa Kazunari). Prima convulsioni violente, poi lenta trasformazione del proprio corpo, nulla possono le cure della moglie (Morita Aki) e del migliore amico (Nobukuni Teruhiko). Dell’omonimo romanzo di Kafka, c’è poco o nulla se non l’ignota ragione della mutazione, piuttosto il referente più ovvio sarebbe l’insetto de La Mosca di David Cronenberg. C’è invece molto del cinema della carne autoctono, partito da Tetsuo, mutato tramite Meatball Machine e deflagrato in alcune delle produzioni dell’area Sushi Typhoon. La curiosa lingua parlata dal mostro, che dovrebbe essere l’antico metodo di comunicazione usato dagli uomini per comunicare con gli animali, invece rimanda direttamente a L’Esorcista.

Le idee del giovane regista Ohata Hajime sono ben chiare, visto che il capolavoro di Tsukamoto è citato in una inquadratura, così come il finale eleva un film che si stava adagiando nel comodo tracciato del film girato con pochi attori e un po’ di effetti protesici. Fino a quella manciata di minuti finali, dei già risicati 54 dell’intera durata, sembra difatti un normale indie. Buona regia, buone interpretazioni, buona luce. Certo già sarebbe un miracolo se fosse stato girato in Italia nel 2013, ma il fatto che tutta la vicenda deragli in tutt’altro genere spiega la voglia di stupire del regista che difetta tanti giovani indipendenti. Da love story horror si sconfina nel kaiju eiga, rievocando anche la distruzione di Tokyo del secondo Tetsuo. Quindi lo avranno accolto con una certa simpatia i giurati del Festival del cinema di Yubari, che già nel 2009 avevano premiato il regista come nuova promessa per il corto Big Gun. Mostri, mutazioni, gore e mostri giganti. Decisamente uno di noi.

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