Her Vengeance

Voto dell'autore: 3/5
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Her VengeanceHer Vengeance si presenta come un “classico” rape & revenge con tutti i crismi, cristallino esempio del genere che al contempo pone solide basi per una serie di riflessioni. La base del soggetto è quella stereotipata del filone:
-La bella e -il o le- bestie.
-L’abuso.
-La vendetta.
Una delle differenze però subito evidenti è la caratterizzazione della figura della protagonista, ottimamente sfaccettata dalla bella e brava Pauline Wong (Web of Deception). A differenza di molti prodotti omologhi, è del tutto assente in questo caso la componente “supereroistica” del personaggio abusato, come era, per fare un esempio, L’Angelo della Vendetta di Abel Ferrara. In Her Vengeance la protagonista è gracile e fragile, priva di ogni alone sacrale e la vendetta è lunga ed estenuante; ogni passo avanti nel suo compimento ne porta irrimediabilmente due indietro. Impotente e debole affronta i 5 bruti uno ad uno ed ogni volta, ad ogni agguato, ne esce ferita, umiliata, colpita, quasi come e più dell’altro, senza riuscire nemmeno, di volta in volta, ad abbattere il proprio obiettivo, perdendo nel corso del film tutte le persone che le sono vicine, solo in nome della sua cieca e irresponsabile vendetta. Fallisce continuamente i propri propositi, colpisce gli obiettivi sbagliati, manda a vuoto i propri colpi con un realismo quasi “fukasakiano” nella dinamica della messa in scena della violenza. Tanto realismo estetico è effettivamente oggetto strano all’interno del cinema di Hong Kong ed infatti a fare da contraltare il regista, noto per i suoi estremi e per le sue sequenze culto che si inseriscono forzatamente all’interno del tessuto narrativo fin troppo lineare, riesce ad introdurre un “oggetto filmico non convenzionale”: trattasi dell’unico aiutante della ragazza nel corso della sua battaglia, un uomo senza gambe costretto a muoversi sulla sedia a rotelle, interpretato dal folgorante Lam Ching Ying (Mr. Vampire e l’80% dei film sui vampiri saltellanti). Nel confronto finale contro ciò che rimane del nucleo dei “bruti” il personaggio inizia a battersi in performance di arti marziali cavalcando la propria fida sedia a rotelle in una sequenza culto che fa coppia con il kung-fu “cane contro gatto” di The Cat. Come accade spesso, il film si separa nella dicotomia periferia marcia/città luminosa iniziando la narrazione a Macao e spostandosi successivamente ad Hong Kong.
Chieh-Ying (Pauline Wong) è una ragazza che lavora in un locale notturno e che una sera ha la sfortuna di dover placare l’eccessiva euforia di un gruppo di aggressivi ubriachi che stanno turbando la quiete del luogo. All’uscita viene inseguita e stuprata all’interno di un cimitero. Andata da un ginecologo viene violentemente intimorita da questo con storie di malattie veneree incurabili se non in cambio di robuste somme di denaro; la ragazza “impazzisce”, fugge, rischia di essere investita e parte alla volta di Hong Kong per trovare la propria vendetta. Qui può fare affidamento su un amico di sua sorella obbligato sulla sedia a rotelle, che sarà la sua salvezza quando tutte le persone a lei vicine saranno state decimate e si troverà faccia a faccia con ciò che resta del  manipolo degli stupratori. Sul finale il film rientra nei binari del cinema “classico” di Hong Kong quando i due (la ragazza e l’uomo sulla sedia a rotelle) trasformano il locale dell’uomo in una trappola letale per i villains. Ami appesi alle tendine, wok colmi di olio bollente che piovono dal cielo, gettate di peperoncino in polvere, dardi, rudimentali balestre costruite ad hoc, vetrate, ruote della sedia a rotelle che sfrecciano come una ghigliottina volante. Interessante notare come la sessualità nel film sia estremamente periferica e pudica (a differenza di prodotti simili nipponici) ed esuli dalla narrazione che cerca di concentrarsi di più sulla rappresentazione visiva della violenza (e in questo senso il film non si risparmia). Il risultato è un prodotto anomalo che non scandalizza per i propri eccessi ma coinvolge lo spettatore con la componente più che altro avventurosa producendo uno dei titoli più “umani del regista”, ma al contempo anche uno dei più sobri e riusciti.

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