Hikonin Sentai Akibaranger

Voto dell'autore: 4/5
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Hikonin Sentai Akibaranger

“Grand Delusion!”

AkibarangerHikonin Sentai Akibaranger è parte di quel sottoinsieme di serie tv giapponesi mirate ad un pubblico principalmente adulto e maschile come lo erano Lion-Maru GCutie Honey The Live. Similmente, la Toei riempie di gag, battute a sfondo sessuale e belle ragazze la sua nuova serie. Altrettanto similmente non scade mai nel volgare, tenendosi sempre sull’ironia leggera. Akibaranger si spinge ancora più in là, però. Invece di aggiornare personaggi del passato (come ad esempio Kamen Rider Decade), intende regalare ai suoi spettatori un omaggio in piena regola a tutta la famiglia dei sentai ranger. Vengono chiamati in causa a più riprese vecchi protagonisti di gloriosi sentai storici (es. Choujin Sentai Jetman) e attuali (es. Boukengers). Vengono riproposte musiche, immagini e topoi di un universo immenso come è quello delle serie sentai. La serie gioca tantissimo con questi aspetti, interpolandoli in alcune riflessioni tutt’altro che banali su eroismo e cultura popolare. Fino allo smarcamento definitivo, con quel tris di puntate conclusive che, come vedremo, abbattono l’impianto narrativo e la elevano ben al dì sopra della media a sfondo supereroico dei giorni nostri.

Akibaranger è ambientato a Akihabara, distretto di Tokyo ben noto per i negozi dedicati ad anime e tokusatsu. Nobuo Akagi è un otaku di ventinove anni che vive ancora con la mamma. Nobuo lavora come fattorino per la Sasaki Pom Poko Delivery e tra una consegna e l’altra trova il tempo di innamorarsi della dolce Sayaka. Tutto il mondo di Nobuo ruota attorno alle serie TV sentai. Non solo conosce a menadito personaggi, episodi e gadget dei vari ranger del passato, ma in cuor suo non desidera altro che essere uno di loro. Hiroyo Hakase capita a fagiolo. È lei a selezionare i futuri Akibaranger e per la parte di Akiba Red decide proprio per il nostro otaku. Qui scatta il primo degli innumerevoli giochi che la serie mette in scena. Gli Akibaranger non sono sentai ranger ufficiali (Hikōnin = non ufficiale), ma piuttosto degli eroi che combattono battaglie nella loro mente. Attraverso un dispositivo, derivato da un anime che rivestirà parte fondamentale nella serie, i tre Akibaranger affrontano i nemici in un mondo immaginario, creato a partire dalle loro illusioni e basato – più o meno – sulle stesse regole dei sentai ufficiali. Un mondo immaginario come è quello in cui operano i vari Jetman, GekiRanger, ecc., che prende forma nella testa dei protagonisti esattamente come prendeva forma nella testa degli spettatori di quelle serie. Un cortocircuito esplosivo che consente ad Akibaranger di dialogare a più riprese con i fanatici otaku che seguivano e magari seguono ancora i sentai della Toei. Non è facile infatti cogliere tutti i collegamenti e i rimandi al materiale che la serie rielabora. Già nei titoli dei singoli episodi si nasconde spesso una citazione ad una puntata specifica di un dato sentai. Ci sono poi le pose ed i motti di Akiba Red, presi direttamente dai suoi beniamini. Sviluppi della trama ricalcati fedelmente su quelli di uno o più sentai del passato. Intersezioni con personaggi storici come Red Hawk e Deka Red diventano parte integrante dei combattimenti, sfondando il muro della parodia. Tuttavia, Akibaranger è scritto in modo tale da risultare fruibile a chiunque abbia un minimo di conoscenza dell’universo sentai. È dura, per dire, dimenticare un personaggio come Malshina, interpretata dalla star adult-video Honoka. Ai protagonisti spettano ovviamente gli sviluppi più interessanti, ma dato il numero limitato di puntate la produzione fa l’impossibile dando spessore anche ai secondari, come KozuKozu o Delu Knight. Persino Z-Cune Aoi, eroina dell’anime che accomuna tutti i personaggi della serie, è curata in ogni dettaglio. In mezzo al caos ordinato di ogni segmento, Akibaranger spazia agilmente tra sottotrame e sottotesti, in un ambiente sempre in equilibrio tra il profilmico e il metafilmico.

Fosse tutto qui, un semplice dialogo tra autori e spettatori, l’opera sarebbe comunque da ammirare per l’originalità. Ignorando completamente, e fortunatamente, l’andazzo generale in Occidente negli ultimi anni, la cultura otaku è sbeffeggiata con un piglio pop frizzante che non annoia mai. Si prendono le distanze dalla beatificazione del nerd di turno. L’otaku è uno sfigato agli occhi della massa, uno stereotipo fatto di scomode verità che il Giappone non ha problemi a mostrare. Sicché sì, i tre “eroi”, e gli altri otaku che compaiono qui e là durante la serie, sono essenzialmente dei disadattati, sociopatici incastrati nella finzione in cui non smettono mai di credere. Non sono eroi, neanche quando sono convinti di esserlo. Quando casualmente lo diventano siamo anni luce distanti dalla seriosità impostata e alla lunga poco credibile che giganteggia nei cinecomics hollywoodiani. Questa vivace capacità di prendersi poco sul serio pur sapendo esattamente quello che si sta facendo è ciò che rende Akibaranger, neanche troppo paradossalmente, libero di comportarsi a piacere. Si veda, ad esempio, il quinto episodio. Mentre si ride per la frivolezza del cosplay di Akiba Yellow, si trova il tempo di riflettere sul rapporto fra lei e la madre, che a sua volta vestirà i panni di Akiba Yellow per poi scomparire nella commovente chiusura. Altro momento fondamentale: la capatina agli studios della Toei su cui verte tutta la sesta puntata. Dal piacere puramente ludico si passa ad un’infrazione diretta degli schemi logico-narrativi, con Akiba Red a sottolineare che la magia nel cinema è tutta nel saper meravigliare.

C’è di più, molto di più. I protagonisti sono intenzionati a “ufficializzarsi”, e lottando intendono forzare la fantasia per riappropriarsi della realtà. Questo si sviluppa in un’interazione precisa fra realtà-fantasia e fantasia-realtà. La realtà àncora la fantasia dei nostri otaku, ma quando la fantasia collassa imprevedibilmente nella realtà nella seconda metà della serie, Akibaranger ridistribuisce le carte in tavola. Si fa appena in tempo ad abituarsi a questo cambio di rotta che la realtà implode e si scopre fantasia. La presa di coscienza di Nobuo, la sua ribellione alla scrittura di Hatte Saburo (nome che identifica il collettivo di autori della Toei) sa di Flann O’Brien. I personaggi si ribellano, non vogliono più subire la scrittura della Toei che impone colpi di scena e sviluppi nella trama a loro poco congeniali. Nobuo non accetta le modifiche che solitamente vengono applicate ai tokusatsu per ravvivare l’interesse dei fan. La serie muta all’improvviso in una sorta di meta-tokusatsu incontrollabile che scappa dai ranghi e via di anarchia. Da omaggio a parodia, da parodia a critica: essa continua ad evolversi e cambiare forma, cancellando il confine tra finzione e verità e lasciando lo spettatore in balia di eventi sempre più sregolati. Fino alla non-conclusione, della quale sarebbe criminoso svelare qualcosa.

Hikonin Sentai Akibaranger è uno sguardo unico e imperdibile sui sentai ranger. Condensa in una manciata di episodi una furia che reclama a gran voce una seconda stagione. Come del resto esige lo stesso Akiba Red in quel tredicesimo e ultimo episodio in cui i canoni della puntata riassuntiva di rito sono riveduti e corretti. Il Giappone si dimostra ancora una volta fucina instancabile di spunti alternativi, affascinanti e quantomai indispensabili sui supereroi.

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