Hiroshima 28

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Hiroshima 28Nel 1974, la carriera di Patrick Lung Kong è arrivata per certi versi agli apici. Il trattamento delle storie che racconta è diventato ormai maturo e la sicurezza di mezzi tecnici mostrata in The Call Girls costituiscono i presupposti per un ulteriore salto di qualità di un regista che non ha mai perso la voglia e il coraggio di sperimentare con ogni nuova pellicola che gira.
Lo spunto, stavolta, è il 28° anniversario del bombardamento di Hiroshima: Patrick Lung Kong va a girare in Giappone la storia di una famiglia che si trova ad affrontare i segni indelebili lasciati dalla bomba atomica anche sui sopravvissuti.

Yoshiko (Josephine Siao Fong, una delle attrici feticcio di Lung) è una ragazza che vive una vita normale: lavora come guida turistica e sta per sposarsi. La felicità di questa normalità viene squarciata quando la ragazza apprende che il padre naturale è stato vittima delle radiazioni, 28 anni prima, e che lei è quindi un’erede di seconda generazione dell’atomica e della sua distruzione. Alla consapevolezza di portare nel proprio sangue le tracce velenose della bomba atomica si aggiunge la scoperta che Yoshiko è malata di leucemia, e la ragazza, sopraffatta e sconvolta, scappa di casa e vaga senza meta per la città di Hiroshima, desolatamente segnata dai postumi della guerra anche decenni dopo la sua fine (lo scheletro della cupola di quel che è diventato il Memoriale della Pace domina in paesaggio come uno spettro).

L’approccio del regista è al principio quasi documentaristico e fonde filmati di repertorio delle celebrazioni dell’anniversario del bombardamento e le immagini di comitive di turisti che visitano i luoghi che hanno subito l’impatto della bomba, ma si sviluppa col passare dei minuti nella narrazione della storia della famiglia Imai e del suo dramma, sempre tenendo una coerenza di fondo al messaggio pacifista e antinucleare che vive nella testa di Lung e nelle parole del suo personaggio nel film: un reporter hongkongese in visita in Giappone. Il fervore e la sincerità del messaggio, uniti al punto di vista giapponese sulle conseguenze di una guerra che continua, anche dopo essere stata dichiarata chiusa, negli eredi delle vittime non incontrarono i favori del pubblico ai tempi dell’uscita, pubblico che era ancora influenzato dall’odio per i giapponesi ereditato dalle violenze subite durante l’occupazione nipponica della Cina e che mal digeriva il fatto che una storia incentrata sulla guerra che aveva insanguinato l’Asia orientale fosse raccontata con voci di personaggi giapponesi, ancora visti solo ed esclusivamente come carnefici. Come spesso gli accadeva, Patrick Lung Kong si trovò anche questa volta ad essere avanti ai tempi, a porsi come pietra dello scandalo e a non voler dare una lettura dei fatti raccontati conciliante con quella della popolazione hongkongese e dei suoi pregiudizi. Patrick Lung Kong, l’uomo che volle farsi educatore con il cinema, con Hiroshima 28 si pone un bersaglio difficile, e lo centra.

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