Hong Kong Playboys

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Breve e conciso. Hong Kong Playboys, è il quarto lungometraggio di Wong Jing dopo due film sui giocatori d’azzardo e un action brutale, ed è il penultimo film per Alexander Fu Sheng (The Eight Diagram Pole Fighter) prima della sua tragica, prematura scomparsa. Una cialtronata infantile come tante che ci propinerà il genio di Wong Jing nel corso della propria carriera, un filmetto più geniale sulla carta che nella sua realizzazione finale. Trattasi di un sottogenere del cinema di Hong Kong che pone a livello agonistico in contrasto tra loro ciurme di playboy alla perenne caccia della signorina da adescare per alterni motivi, spesso anche una semplice gara di conquista tra maschi. Come al solito il tutto giostrato almeno in parte con l’idea e l’estetica del kung fu; quindi alternanza di allenamento, sfida, duelli e caccia all’invenzione più astuta per raggiungere il proprio obiettivo. Il “genere” lo chiamano anche “Chasing Girl” in riferimento al pioniere omonimo di Karl Maka ed è un filone di tanto in tanto riemergente all’interno della cinematografia di Hong Kong. Il danno maggiore, visivo psichedelico, è combinato dal crogiolo tra l’estetica multicolor della Shaw Brothers e il look acido anni ’80 dei decòrs. La storia non esiste ma viene spinta o trascinata comunque da un cast straordinario che include un esagitato esplosivo Fu Sheng, il come al solito ponderato e ultracool Patrick Tse (Shaolin Soccer) fino a Nat Chan che qui inaugura un personaggio, Lolanto, che lo perseguiterà per più di una pellicola (ad esempio Prince Charming e I Love Lolanto, entrambi di Wong Jing).
Su tutti domina, anche se in un ruolo minore, una divina Cherie Chung, che emana carisma e illumina di luce propria ogni inquadratura in cui è presente.
In seguito ad una scommessa di conquista tra Fu Sheng e Patrick Tse, il primo si trova intrappolato nelle grinfie della figlia di un boss delle triadi (Shek Kin), evento che dà adito alla possibilità di messa in scena di un po’ di azione spensierata nel finale (due contro una squadra di giocatori di hockey, armati di mazze). Ovviamente il regista non si risparmia almeno un paio di sequenze dipinte sul tavolo verde da gioco e una trafila di battute e ironia grezzissima e assolutamente scorretta (di routine per chi conosce un po’ lo stile della commedia del periodo ad Hong Kong). Solo per appassionati puristi dell’opera omnia del geniale regista.

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