House

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houseAll’interno del Nocturno Book dedicato agli horror giapponesi, L’Occhio nel Pozzo, Andrea Bruni “completava” la storia del cinema horror in seguito alla scoperta delle opere maestose di Nobuo Nakagawa, inserendolo come “nome simbolo” nazionale. Non bisogna riconfermarlo, la storia va riscritta, quella del cinema in generale e del cinema horror in particolare e questo film va inserito in un punto elevato di una ipotetica scala gerarchica.
House non è un film, è un evento, è un prototipo di cinema irripetibile, mai più ritentato e a causa della propria unicità non può essere paragonato direttamente ad altre opere, proprio per il fatto che non esistono altri prodotti del genere. Nemmeno il termine capolavoro calza visto che il capolavoro è per definizione un lavoro che si eleva sopra ad altri esempi appartenenti allo stesso campo di interesse. House è invece un esperimento unico e come tale va considerato. Radicato quasi per certa foga costruttivista e compositiva alle avanguardie storiche degli anni 20, è un’opera assolutamente pionieristica, contiene in grembo già tutto il Sam Raimi horror (e questo film è l’ennesima dimostrazione inconfutabile di come il regista statunitense conoscesse l’horror asiatico) e il Tim Burton gotico, fonde molteplici linguaggi, stili, modelli stilistici. Nel 1977 già era tutto qua dentro, tutto quello che sarebbe stato l’horror dei trent’anni successivi, incluso il new horror post Ring. Un film straordinario, libero, slegato da ogni costrizione tecnica e tecnologica, puro e anarchico nel linguaggio, impulsivo ma perfetto, mai fuori registro, inventivo ad ogni inquadratura, dotato di un ritmo spaventosamente coerente. Viene da pensare inizialmente ad un’estetica debitrice dei manga (che magari c’è ma è interiorizzata epidermicamente per costrutti culturali) ma in realtà Obayashi era esponente del nuovo cinema sperimentale giapponese e si era fatto una prolungata gavetta negli spot televisivi che più volte rimbalzano per stile, scelte di chroma e messa in scena nel film dandogli un’aura trasognata, patinata e perturbante,

Il modello base è quello della casa infestata in cui passano dei giorni un gruppo di ragazzine sapientemente caratterizzate. Ce n’è una, esperta di arti marziali che dà la possibilità al film di presentare delle frenetiche e sapienti coreografie “marziali” furiose e perfettamente organizzate, con uno stile alla hongkonghese di un Ching Siu-tung ante litteram. La descrizione letterale del film sarebbe irrispettosa dello stesso e si può quindi tentare solo di ricordare alcuni esempi di libertà assoluta di linguaggio, alcune delle forme di inventiva senza apparenti limiti se non la durata del metraggio. Il film è stato diretto in Panavision e probabilmente una visione in sala potrebbe rivelarsi una vera esperienza traumatizzante, parzialmente restituita dalle recenti edizioni in DVD.

Lo stile è spesso quello degli anime, sia nella direzione degli attori, sia nello stile compositivo degno di un Hideaki Anno in pieno trip post Le Situazioni di Lui & Lei. Continui compositing, viraggi, scritte in sovraimpressione, effetti ottici anche primordiali ma sempre efficaci, pixillation magistrale utilizzata come da Tsukamoto ma 10 anni prima, sequenze splatter di irreale esagerazione (alla faccia di chi diceva che certi eccessi nascevano con La Casa (che è di una manciata di anni successivo) di Sam Raimi o Bad Taste (1987) di Peter Jackson). Alcune inquadrature sembrano dei disegni di ragazzine del liceo con i bordi del quadro infiorettati, le scenografie sono irreali e suggestive, sequenze animate si susseguono ad altre reali e ad altre che mescolano i due diversi elementi, in un giustapporsi di invenzioni sature di senso del grottesco e di ironia nerissima. Magari il film non riesce a trasmettere vero terrore, vista l’abbondanza di macabra ironia e follia oltre i limiti, ma il risultato finale ha del paranoico e ipnotico. Una ragazza viene massacrata da un vortice di futon, un’altra divorata da un pianoforte a coda mentre delle dita mozzate, dotate di vita propria continuano a suonarlo, un’altra è incastonata tra gli ingranaggi di un orologio da parete, un gatto suona il piano, una testa mozza vola e morde una ragazzina sui glutei. La base narrativa curiosamente nasce dalle stesse e reali paure della figlia del regista, raccolte e inserite in sceneggiatura. Le musiche appaiono improvvise, si sommano e sovrappongono seguendo contrapposte linee melodiche. Sul finale, dei prepotenti fiumi di sangue che sgorgano dalle pareti (come in Evil Dead 2 (La Casa 2, 1987) di Sam Raimi) inondano l’intera casa e l’ultima sopravvissuta è costretta a navigare questo mare cremisi galleggiando sopra un tatami.
Obayashi ha sempre ammesso la sua devozione verso il nostro Mario Bava (erano altri tempi…n.d.r) a cui si ispira per alcune trovate visive, tant’è che voleva firmare il film con lo pseudonimo di “Baba Mario” (con i caratteri che ne simulino la resa fonetica) ma la Toho impose il suo vero nome in virtù della propria fama in patria, unica pressione dello Studio. Rimedierà inserendo la figura del padre della protagonista di ritorno da un viaggio in Italia.
In un periodo di crisi in cui la televisione stava monopolizzando l’attenzione degli spettatori, anziché abbassare il capo da asserviti, come in Italia, la casa di produzione promosse con un robusto investimento un’opera così sperimentale dando quasi carta bianca al regista con un discreto successo e tutto ciò ad appena un decennio dalla cacciata di Seijun Suzuki dai set a seguito delle inusitate sperimentazioni osate nel suo Branded to Kill. Altri tempi, altro cinema.

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