Hypnotized

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HypnotizedI personaggi muovono le fila dei loro torbidi giochi in un mondo svuotato e materialista, ben incarnato da lussuosi ambienti hi-tech, mentre le loro immagini cangianti e rarefatte si riflettono, si rincorrono, si deformano e si confondono con i fantasmi degli amanti passati all’interno e all’esterno della mente, in un susseguirsi pacato ma inarrestabile di tradimenti, ossessioni, rimpianti, sensi di colpa. Il campo della patologia psichiatrica viene continuamente invaso e i protagonisti non riescono a distinguere la realtà dal desiderio, il gioco della finzione dal dolore della realtà. Non possono arrestare il processo che li porta ad attraversare i confini del lecito e del possibile, producendosi in faticosi sforzi per raggiungere gli obiettivi prefissati, anche a costo di ricorrere ad espedienti estremi.

Anche in Road Movie (film d’esordio di Kim) erano già presenti, pur se in misura contenuta, gli accorgimenti stilistici – luci, composizione dell’immagine, inquadrature – che in Hypnotized vengono invece spinti all’estremo da una cura maniacale che caratterizza una visione formalmente composta ed estetizzante di un set dove tutto è controllato nel minimo dettaglio e perciò assume un significato ben preciso.
E sempre in Road Movie era già possibile leggere fra le righe una certa critica sociale, dove ad essere esaltato era l’uomo di bassa levatura e dalle grandi doti morali, forzando l’empatia e il coinvolgimento dello spettatore con i protagonisti mediante una calda umanizzazione, lacrime, sudore… Qui invece il mezzo è diametralmente opposto, i protagonisti sono dei viziosi esponenti dell’alta società invischiati nel proprio glamour sgargiante e nelle proprie devianze, e il regista non muove un dito per generare alcuna sintonia tra loro e il pubblico, il quale resta escluso da ambienti e avvenimenti così glacialmente distanti.

Alternando lucidità di riflessione e allucinazioni, Hypnotized ottiene il risultato di tenere la mente in esercizio e poi di travolgere i sensi con l’abbondanza e la concentrazione di colori, luci e forme, invadendo incidentalmente anche il campo dell’horror. Paesaggi bucolici si alternano ad ambienti metropolitani, episodi sensuali si mescolano ad altri più morbosi stemperati da fantasie candidamente lucide e da suggestioni postmoderne giungendo ad un epilogo metafisico quanto grandguignolesco. Schizofrenico e sontuoso, a tratti inquietante, Hypnotized potrà anche apparire come un esercizio di stile fine a se stesso, ma rivelatore invece di quella crisi della borghesia di antonioniana memoria che rivive la sua discesa verso il nichilismo, verso il vuoto di un’esistenza che non sa offrire altro se non pulsioni primarie e solitudine.

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