I Am a Hero

Voto dell'autore: 4/5
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Nell’ennesimo anno di horror medi e tiepidi, una inaspettata svolta è arrivata dalla Corea del Sud (patria di quel fraintendimento farneticante di The Wailing) con Train to Busan, film che si avvicinava allo zombie movie con un tatto particolarmente sentito e inedito e un approccio antitetico e innovativo. E già di suo è una sorta di evento il riuscire a proporre qualcosa di nuovo sul genere. Sembra infatti che la maggioranza degli sceneggiatori internazionali abbia una pigrizia atavica nel voler reinventare o aggiornare il  mito. Quindi ben venga un esperimento come Train to Busan. Ma a scompigliare totalmente le carte in gioco quando il giochi del 2016 sembravano praticamente chiusi è arrivato questo I am a Hero. Perché non solo si tratta probabilmente del miglior horror e di uno dei film più sorprendenti dell’anno ma perché crea anche -ad oggi- un’inaspettato entusiasmo nel vedere arrivare due ottimi film del genere da paesi praticamente confinanti. E il fatto stupefacente è come entrambi i film lavorino sul tema degli zombie.
La sorpresa è che nonostante la fortuna al botteghino e il riscontro di critica di Train to Busan, questo film affronta il genere in maniera ben più radicale e innovativa superandolo spesso anche in materia di innovazione, sorpresa e classe nella messa in scena di complesse sequenze.
La sezione che mostra la scoperta della pandemia da parte del protagonista in fuga a piedi in una strada affollata in cui succede di tutto è uno dei pezzi di cinema più interessanti e sorprendenti del 2016. Il regista probabilmente ha fatto tesoro degli esperimenti action elaborati e ad alto tasso di effettistica acquisiti sul set dei precedenti live action di Gantz.
Ma mentre i due Gantz erano film riusciti e qualitativamente rilevanti ma peccavano dell’eterno problema del cinema giapponese tratto da manga, ovvero di riproporre la partitura narrativa in maniera pedissequa e glaciale senza nessun sussulto e impronta personale regalando opere fredde e prive di qualsivoglia capacità empatica di coinvolgimento, in questo caso l’opera di adattamento di Akiko Nogi è stata magistrale tale da evocarci un altro caso del tutto speciale, quello del Ace Attorney di Miike Takashi.
Il supermercato di Romero, un ottimo character design degno di Raimi, le mutazioni delle carni di Yuzna e Gordon, il senso dell’accumulo di Jackson, si mescolano in un caleidoscopio di follia e macelleria eccessiva che in più di una sequenza supera qualitativamente lo stesso manga di origine restituendone una forma narrativa snella che eccede e supera le pagine cartacee in resa gore limitando solo quei pochi accenni sessuali propri del prototipo.
Il film copre i primi otto volumi del manga, edito anche in Italia ancora -ad oggi- in corso di pubblicazione quindi si lascia aperto ad eventuali sequel restituendo comunque un senso del compiuto.
Un mangaka fallito e sognatore tenta invano di far fronte alle proprie ambizioni nonostante l’età avanzi e la sua ragazza non sia più intenzionata a sopportarlo. Di fronte alla perdita di tutto solo una cosa gli rimane: un fucile da tiro di cui non ha mai voluto sbarazzarsi. Nel mentre esplode inspiegabilmente una pandemia che devasta il Giappone producendo nuclei di zombie che trasmettono il virus agli altri tramite morso. Visto che il virus sembra non sopravvivere alle basse temperature il protagonista cerca di dirigersi in una folla fuga verso i monti, accompagnato involontariamente da una ragazza parzialmente contaminata e dai poteri mirabolanti per poi concludere la corsa in un grande magazzino in cui alcuni sopravvissuti si sono barricati producendo un microcosmo umano fatto di conflitti pronto ad esplodere da un momento all’altro.
Viene adottato il senso del grottesco del manga ma limate le partiture più sciocche sostituite da un maggior senso del fallimento che rende il film più robusto e perturbante. Certo, la prima parte è esponenzialmente più riuscita mentre la seconda va a toccare materiali più classici del genere anche se il monumentale grand guignol finale chiude il film in maniera esemplare restituendo un’opera assolutamente imperdibile, satura di sequenze iconiche e indimenticabili.

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