I Cavalieri dello Zodiaco – La Leggenda del Grande Tempio

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Saint Seiya: Legend of the SanctuaryCi son di quei fenomeni generazionali quando si parla di animazione giapponese che, a seconda del contesto e della nazione in cui si è nati, difficilmente trovano spiegazioni immediate. L’Italia è stato una delle poche nazioni ad aver vissuto l’invasione dei primi anime di mecha, caratteristica significativa che ancora oggi modella in parte l’importazione di prodotti dal Giappone e ci rende un mercato, sebbene anomalo, comunque significativo. Da quella prima bellissima invasione passò però una decade bella abbondante perché si verificasse l’arrivo de I Cavalieri dello Zodiaco. Gran parte dei telespettatori della prima ora aveva probabilmente abbandonato gli schermi televisivi e per quella nuova generazione di avidi telespettatori fece la sua comparsa sulle frequenze di Odeon TV, all’epoca diffuse a macchia di leopardo sul nostro territorio, la prima pachidermica prima serie di 114 episodi con tre anni abbondanti di ritardo dalla prima trasmissione giapponese. E anche per quella generazione arrivò un trauma equiparabile al tragico finale di uno Zambot 3, certo dovuto a fattori esterni, ma dilaniante a tratti. Proprio quando la storia raggiungeva l’acme si interrompeva per una delle solite tragicomiche dispute sui diritti televisivi per l’Italia. Molti si trovarono a bocca asciutta al cinquantaduesimo episodio, quella tragica “casa del Leone” che ancora infesta gli incubi di molti spettatori della prima ora. L’altra metà della serie fu infatti trasmetta dall’allora meno diffusa, almeno al centro e al meridione, Italia 7. Solo la proposizione del manga da parte della Granata Press poté parzialmente lenire la ferita e raccontare la fine della storia dei “cavalieri”, adattamento locale per il termine originale “santi” che era probabilmente da evitare in un paese cattolico facilmente intimorito da qualsiasi cosa minimamente aliena. I cinque protagonisti addestrati nel nome della (pagana) dea Athena lottavano per restituire alla sua reincarnazione il grande tempio usurpato da un impostore.

Forse anche questi incidenti di percorso contribuirono a scolpire nel nostro immaginario i personaggi del manga di Kurumada Masami. Certo il successo fu parzialmente merito anche della vicinanza culturale del mito della dea Athena, delle figure mitologiche associate alle costellazioni e i furbeschi riferimenti culturali internazionali, rielaborati fantasiosamente nella vicenda un po’ come Go Nagai aveva rielaborato la religione cristiana nel suo Devilman. La parte più consistente nell’apertura della breccia fu però l’imposizione di un modello di narrazione che penetrava profondamente la sensibilità degli adolescenti. In un anomalo universo narrativo popolato da personaggi efebi e una razione minima di personaggi femminili, abilmente ridefiniti e impreziositi esteticamente per lo schermo televisivo dal genio incommensurabile del compianto Shingo Araki, quello che oggi chiameremmo male bonding, in etologia quei meccanismi secondo i quali gli uomini tendono a stringere legami tra di loro, finiva attraverso un livello crescente di difficoltà nel rivelarsi come personale percorso di autodeterminazione di ogni personaggio. Seiya (Pegasus in Italia), Shiryu (Sirio), Hyoga (Crystal), Jun (Andromeda) e Ikki (Phoenix) erano diverse sfaccettature di adolescente tipo, modellate proprio perché ogni spettatore si affezionasse al singolo, che finivano per seguire il proprio percorso di formazione fatto di dure prove. E ogni volta, sul punto di per crollare sotto i duri colpi inferti, riuscivano con le ultime forze a risorgere e vincere l’avversario scontro per scontro, secondo un modello ereditato da tante serie, come quell’altro successivo fenomeno generazionale della seconda serie di Dragon Ball. In quello le estenuanti lotte dei protagonisti finirono per essere prolungate all’infinito con un continuo, talvolta ridicolo, sistema di potenziamenti che si rivelo ripetibile in eterno ed estinto solo per stanchezza dello spettatore.

Nel 2014 però le serie animate giapponesi sono profondamente cambiate. Soprattutto quelle commerciali, dato che Saint Seiya era un successo annunciato, prodotto dal colosso Toei Animation, e non proprio uno di quei prodotti della rivoluzione anime degli anni ’90 che, dalle parti della Gainax (Nadia e il Mistero della Pietra Azzurra) e della Production I.G. (Patlabor), era già bella che in corso. E l’industria d’animazione odierna è figlia di quella rivoluzione. Piuttosto curioso è stato l’annuncio di questo film, che avveniva contemporaneamente alla trasmissione televisiva di una sorta di sequel della serie originale composto di una mole altrettanto pachidermica di episodi. Una specie di reboot che sembra provenire dritto da quegli anni, ma che agli occhi di spettatori abituati agli anime moderni può solo risultare vetusto e stantio. Altra storia sarebbe stato questo film già dalla scelta del regista, visto che Keiichi Sato è uno di quelli che dalla suddetta rivoluzione sta mietendo i migliori frutti. Il suo restyling di Saint Seiya è figlio della vena sperimentale mostrata dai suoi lavori precedenti, come Karas, la mini dedicata all’anniversario dei quarant’anni della Tatsunoko, Asura, l’impensabile adattamento di un estremo gekiga di George Akiyama e quel blockbuster di Tiger & Bunny. Proprio figlia del primo splendido e cinetico anime sembra figlio questo adattamento in computer grafica degli eroi di Kurumada, soprattutto se si paragona la comparsa di Ikki stagliato contro la luna che sembra citare direttamente il cupo eroe della Tatsunoko.

Ma per quanto bravo sia un regista, per quanto supportato da un settore tecnico di altissimo livello, è impresa difficile quella di condensare uno story arc di oltre una sessantina di episodi di un anime e di oltre una ventina di volumi del manga. Così al di là delle ovvie critiche all’aspetto grafico, fatte da chi non si rassegna alla ridefinizione dei propri eroi, prede perfette per l’orrido sequel televisivo, trova più senso dire che soli novanta minuti di film non erano adatti a condensare un universo così vasto. Eliminata del tutto la fase del torneo iniziale, l’arco dei cavalieri di bronzo e poi quello dei cavalieri d’argento, la storia va infatti subito alla corsa attraverso le case dei dodici cavalieri d’oro associati ai segni zodiacali. A questo punto diventa dura dover rinunciare a momenti scolpiti nella memoria sacrificati in nome dell’unità. A subire i danni maggiori sono i due fratelli Jun e Ikki. Il loro controverso rapporto è appena abbozzato, anche se la presenza scenica dell’ultimo è epica come mai prima d’ora. Forse si sarebbero potuti aggiungere quelle dualità storiche, liquidate con mera comparsa dei personaggi, tra Shaka della Vergine e Ikki della Fenice, tra Milo dello Scorpione e Hyoga del Cigno e il leggendario scontro tra i due personaggi più efebi tra gli efebi della serie, Aphrodite dei Pesci e Jun di Andromeda. Sa tanto di potenziale sprecato, ma di questi novanta minuti, a parte il fatto che non vi sia un’altra ora per raccontare tutte le storie, c’è poco da rimpiangere.

Il film è fortunatamente un capolavoro di azione mista a design che si svela magicamente a chiunque sia aperto alla novità. Alla magnifica regia di Satou fa da eco la buona modellazione CGI sviluppata da Miyamoto Hiroshi, che dai tempi del già sorprendente Oblivion Island: Haruka and the Magic Mirror si è ben perfezionato. Ovvio che non si tratti dell’effettistica a cui ci hanno abituato le produzioni americane, ma piuttosto una variante fatta di neon che corrono lungo tutte le nuove armature dei cavalieri di bronzo e flare continui, quasi estenuanti, per rendere la lucentezza dei metalli, ma il vero splendore sta proprio nel vedere gli scontri, i colpi segreti dei santi, mai così belli, vivi e fragorosi. Se davvero non si rimane impressionati da cotanta bellezza e concretezza raggiunta dall’animazione giapponese, questo può solo voler dire che si è irrimediabilmente cresciuti, si è perso quel trasporto che si aveva durante la primissima visione. Per tutti gli altri, come chi fa la conoscenza per la prima volta della saga, tanto genuino stupore. Per quegli altri ancora, che la serie l’amavano e accettano l’assenza di un mostro come Araki, che danno fiducia a nomi nuovi come Sato, che non hanno sempre acceso il sentimento della nostalgia per un mondo che ormai sentono evidentemente lontano, anche un briciolo di commozione ci può stare nel vedere rivivere i propri adorati “santi”.

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