I don’t Want to Sleep Alone

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I don't want to sleep alone“E in sala invece dormivano tutti”. Scherzi a parte, Tsai Ming Liang, astro o forse solo una fiaccola a splendere veramente nel firmamento taiwanese, riconferma il suo stile congelato e compassato, difficilmente digeribile per un pubblico che non ha la pazienza di attendere che la poesia di Tsai si sveli. Il regista continua sugli stessi temi dei suoi lavori precedenti, sulla sua lotta contro la degenerazione dell’amore e contro l’apatia sentimentale dilagante, sulla ricerca della stasi dell’anima senza pregiudizi. Stavolta si fa più greve, malinconico e disperato anche se nel finale la speranza si rinfocola, quasi a volere essere un riflesso del precedente Il Gusto dell’Anguria così vivacemente colorato ma allo stesso tempo disilluso. In una  nuova proposizione nella fotografia di un giallo ocra e un azzurrino spento, Tsai dipinge gli animi frammentati e decomposti di Hsiao-kang, il protagonista di sempre Lee Kang-Sheng, un attore divenuto mito senza aver mai proferito parola, un vagabondo smemorato che vaga per Kuala Lumpur senza meta quando viene rapinato e malmenato. In suo aiuto accorreranno un gruppo di immigrati del Bangladesh che si prenderanno cura di lui. Tra questi, Rawang (Norman Bin Atun), instaurerà un rapporto sentimentale e lo farà dormire con sé su un umido materasso. Quando Hsiao-kang, ripresosi, incontrerà Chyi (Chen Siang-Chyi), una ragazza esiliata dalla monotonia, inizierà un ménage à trois di natura sospetta. In un’aria asfittica e decomposta, Tsai svela i suoi temi più cari, uno fra tutti l’incapacità di comunicare. I personaggi di Tsai si muovono trascinandosi stanchi e annoiati nella disperata ricerca di un’emozione che sia una, vera e pulsante. Tra le immagini preferite del regista, sono le scale come metafora di fatica e incertezza che qui diventano un elemento preponderante (interessante lo scantinato che ricorda alcuni quadri di Escher) e si affianca all’allegoria dell’acqua/passione (qui sporca e malsana) e all’aria/sentimento che, come dalle mascherine per l’ossigeno degli attori, è una merce rara. L’apatia ha reso l’uomo atrofizzato come un malato in coma vigile a cui viene inutilmente massaggiato il basso ventre e i rapporti diventano sporchi e stantii. Alla fine i protagonisti sono abbandonati a sé stessi, esiliati in un mare di nulla.
Tsai ripercorre il suo modo di girare a camera fissa con lunghe inquadrature meditative e non aggiunge nulla ai suoi lavori precedenti né sottrae d’altronde se non il fatto che qui viene esplicata maggiormente la natura omosessuale (o plurisessuale) dell’amore, diminuendo, rispetto al passato, le scene di sesso esplicito. Tsai riesce sicuramente a catturare lo spettatore più attento e sensibile che cerca di andare oltre al mero esercizio di stile fine all’onanismo artistico tipicamente “pride” e crede seriamente nelle immagini che propone e nei sentimenti che prova. Che sia veramente “il ritorno dell’immagine sul trono del cinema”?

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