I Figli del Fiume Giallo

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Dopo Il Tocco del Peccato (2013) e Al di là delle Montagne (2015), quasi un dittico, Jia Zhangke rimane sé stesso ma rimettendosi totalmente in gioco.

Ne esce un film più spaesato e anomalo.

Certo, si parla spesso -e spesso a sproposito- di come molti film cinesi raccontino la Cina, la Cina in cambiamento, la Cina moderna, mutazioni mostruose di fronte ad un popolo passivo.

In questo caso in effetti il tema c’è, dichiarato, anche se in una forma inusuale.

E’ sempre raccontata la Cina rurale, ma la scelta di ambientarlo in larga parte proprio a Datong, una delle esperienze urbane e architettoniche più inedite al mondo ha un significato ben preciso. Inutile ripetere di nuovo cos’è la città di Datong; diciamo solo che si tratta di un qualcosa di così incredibile che ne è stato tratto un documentario di cui abbiamo già scritto dentro Asian Feast (QUI).

Quasi beffarda poi non solo l’ambientazione, ma anche l’anno di partenza della storia e mettere i protagonisti di fronte alle grandi speranze evocate dalla annunciata rivoluzione urbanistica che su quel paese doveva svilupparsi, ponendo invece lo spettatore di fronte alla consapevolezza di come sarebbe -ad oggi- andata a finire.

Il film come detto esordisce quindi a Datong e si muove su più città dello Shanxi come Shuozhou divenendo simile ad altri film di Jia, ovvero sorta di road movie temporale che si sposta nello spazio e nel tempo. Parte quindi dal 2001 di Datong e dopo Shuozhou avanza nel 2006 a Badong e poi a Fengjie ma con la continua tendenza ideale verso una mai raggiunta regione dello Xinjiang. E nel presente del 2018 il cerchio si chiude con il ritorno a Datong.

Parallelamente Jia immerge l’intero film, in maniera quasi brutale e aggressiva, nella cultura di Hong Kong, tanto che la prima parte quasi sembra uno specchio di Young and Dangerous, innaffiato da canzoni note e perfettamente riconoscibili (si va dalla colonna sonora di Once Upon a Time in China al cantopop di Sally Yeh che commuoveva in The Killer di John Woo fino ai Village People di YMCA) e pone l’ex colonia inglese quasi in un piano simile a quello che era il Giappone nel Nomad di Patrick Tam (nel film sono mostrati anche frammenti del film Tragic Hero di Taylor Wong).

Ci viene mostrata così l’altra visuale rispetto a quella hongkonghese che guarda i mainlander che vanno a fare shopping in città in maniera il più delle volte apertamente razzista, pur non fornendo comunque una posizione conciliante.

Questa parte dallo spirito spiccatamente hongkonghese (con l’inizio che quasi ricorda l’omologo incipit di Hong Kong Express e con l’azzoppamento di Guo Bin (Liao Fan) che rimanda a quello di Mark in A Better Tomorrow) basato sul citato codice di onore cavalleresco dei gangster (lo jiānghú del titolo originale) diventa lo stesso simbolo di una Cina che è cambiata e con essa sono cambiati gli uomini che la vivono.

E’ un film inoltre che pone una sorta di gemellaggio e scambio culturale con Fuochi d’Artificio in Pieno Giorno (Black Coal, Thin Ice) adottandone il protagonista Liao Fan e lo stesso regista Diao Yinan in un ruolo d’attore nemmeno così minuto.

Film votato e totalmente costruito sul corpo e il talento dell’attrice Zhao Tao, figura composta di puro carisma ambiguo privo di qualsivoglia legame con un’età anagrafica, circondata dalle comparse di tanti talenti del cinema locale dal già citato Diao Yinan passando per la star Xu Zheng (Lost in Thailand) e il regista Feng Xiaogang, ruolo tagliato via dal montato finale per i classici motivi “insondabili”.

Lei incarna l’altro percorso narrativo, quello sentimentale, quello della storia d’amore, della compagna del boss fedele fino alla fine, ma che suo malgrado dovrà farsi carico di tutti i mali del mondo, del legame che lega indissolubilmente i combattenti. D’altronde per certi aspetti Ash is Purest White (questo il titolo anglofono) non è altro che un noir di Hong Kong in un contesto scenografico inedito, in cui a tradire i membri della gang (in questo caso rappresentati dalla figura di Zhao Qiao (Zhao Tao)) è proprio il boss.

Sorta di inesorabile road movie della disperazione, si rivela forse oggetto più intimo e meno spettacolare rispetto ai due precedenti ma non per questo meno riuscito. Jia Zhangke non si adagia sugli allori puntando al rialzo e alla spettacolarizzazione, ma lavora a sottrarre realizzando un film macroscopicamente più ostico per un pubblico occidentale specie in virtù della sua forma libera e svincolata da barriere e convenzioni ma il risultato è di nuovo di entusiasmante e di elevatissima qualità e caratura.

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