I Piaceri della Tortura

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The Joy of TortureNon è possibile quantificare con precisione l’importanza di questa pellicola nel sistema-cinema nipponico di quegli anni. La storia della settima arte  in Giappone va infatti di volta in volta riveduta e corretta alla luce di nuovi  ritrovamenti, di nuove visioni e di nuove riflessioni quando si fa riferimento ad un periodo complesso e pieno di fermenti culturali come quello a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Dovrebbe essere ben chiaro a chiunque frequenti questo cinema come non si possa dare per scontato che la fama in occidente di un film debba forzatamente renderlo rilevante per un’intera cinematografia in patria. E Tokugawa Onna Keibatsu-shi è stato certamente uno dei primi titoli a circolare freneticamente tra gli appassionati a causa del suo scabroso tema, in compagnia di Inferno of Torture e Orgies of Edo, complice la distribuzione VHS della Japan Shock, etichetta olandese che fece la sua fortuna nel vendere film ad alto contenuto di gore con sottotitoli inglesi. Ci si dovrebbe chiedere se la fama guadagnata da questa opera fosse davvero dovuta al suo contenuto effettivo e non a questi fattori contingenti  Come sottolinea il buon Jasper Sharp dalle pagine di Midnight Eye: “[..] Prodotto dalla Toei, Shogun’s Joy of Torture si presenta di gran lunga più raffinato di film dello stesso tipo fatti al di fuori del Giappone e che sondano pesantemente le squallide, coscienti profondità  delle successive esibizioni occidentali di sesso e sadismo [..]”. A conferma ulteriore I Piaceri della Tortura arrivò persino in Italia e sulla locandina campeggiavano gli improbabili nomi anglofoni di Jenny Rose, Lory Stell, Dania Zerby, Mary Laurent e l’improbabile promessa di corpi nudi e violenza a voluttà. Un equivoco continuo che ha dato ad una pellicola, prodotta da una delle case produttrici più voraci e potenti del luogo, una fama se non immeritata, decisamente esagerata. Confrontato con opere di Wakamatsu anche precedenti, per fare il nome più ovvio di tanti altri autori locali che non si facevano certo mancare le loro belle efferatezze, la carica eversiva di questo film sembra sbiadire. E non ha nemmeno senso citarlo come iniziatore di un genere visto che quattro anni prima veniva fuori dalla Shintoho, la casa di produzione fondata dagli esuli della Toho e sempre in prima linea nel produrre prodotti scomodi per attirare pubblico, un titolo inequivocabile come Japanese Torture Punishment History di Komori Haku. Sebbene sia oggi irreperibile, forse addirittura perso come tante pellicole della Shintoho, alcune delle foto che ne testimoniano l’esistenza rivelano una vicinanza ben visibile con I Piaceri della Tortura e il fatto che Ishii avesse iniziato a fare film proprio con questa casa di produzione è altrettanto sospetto.

Messi da parte questi dubbi, la cosa certa è che questo film è capitale nella carriera di Ishii come regista. Da qui infatti si notano in embrione le caratteristiche salienti che avrebbero fatto del regista il vero King of Cult, come definito nel titolo del catalogo del Far East Film Festival da Mark Schilling, che ne aveva curato in quell’occasione la retrospettiva. E’ un film ad episodi collegati tra loro come nei successivi Orgies of Edo, Inferno of Torture, Love and Crime Yakuza’s Law: Lynching!, ma difetta ancora delle vette raggiunte in termini di ricerca grafica in questi altri lavori. Al netto di questo film contano molto di più le prove attoriali che il lavoro del regista. Nel primo episodio, Tachibana Masumi è al centro dei desideri di tutti gli uomini che la circondano, compreso il fratello per cui è disposta a sacrificare qualsiasi cosa. Yoshida Teruo interpreta sia l’incestuoso fratello che l’attraente magistrato che la giudica e la condannerà. Un doppio ruolo che denuncia qualche difetto in termini di produzione. Difetti che vengono fuori anche nel secondo episodio in cui Kagawa Yukie e Obana Miki sono due suore che si contendono l’amore di un giovane monaco. Sono decisamente goffe le calotte che contengono i loro capelli per far sembrare il loro cranio completamente rasato. E in un evidente errore nel finale, si intravedono persino i capelli di una delle attrici sotto l’abito monacale di una delle due. Questo come già detto non inficia la gran prova della Kagawa e della Obana, attrici professionali e dalle carriere ingiustamente stritolate da una industria ipertrofica in termini di produzione e sovraffollata di belle donne. Nel terzo episodio poi c’è un’altra presenza fissa delle pellicole di Ishii del periodo: Koike Asao. Anticipa qui la parte di tatuatore folle, ossessionato dal proprio mestiere, che avrà nell’omologo, ma ben più riuscito, Inferno of Torture. Incredibile poi notare come questo film abbia praticamente gli stessi attori e la stessa struttura di Orgies of Edo, uscito qualche mese dopo, ma sia specularmente l’opposto. Qui tutto funziona ed è ben regolato, nell’altro invece tutto si sfilaccia in una inutile corsa all’eccesso con interpretazioni forzatamente grottesche. La perfezione formale, dato dall’equilibrio tra forze messe in campo e lo stile grafico personale da viaggio allucinatorio del regista, avrebbero trovato la giusta espressione solo successivamente nel già citato Inferno of Torture e ne L’Orrore degli Uomini Deformi. Tutto ciò non toglie però a questa pellicola la sua peculiarità di crocevia tra due periodi di espressione artistica diversi e ben delineati per Ishii.

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