If You are the One

Voto dell'autore: 3/5
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If You are the OneAmmettendone un certo coraggio e desiderio di rimettersi in gioco, dopo il colossal bellico nazionalista The Assembly, il wuxia suntuoso e patinato The Banquet e l’action cleptomane A World Without Thieves, il regista cinese Feng Xiaogang ritorna sui suoi passi, ad un film più intimo e classico sullo stile di inizio carriera.
If You Are the One si incolla sui due protagonisti, una straordinaria prova di attori trascinata da Ge You (Addio mia Concubina) e Shu Qi (Millennum Mambo, The Eye 2), avvolti da un substrato di altri ottimi nomi, dalla deliziosa Vivian Hsu (The Accidental Spy) a Alex Fong (All about Women) e Fan Wei (Gimme Kudos).
Lo stile della messa in scena si fa classico, senza virtuosissimi, prendendosi i propri tempi con un soleggiato e relativo rilassamento, lasciando che a gestire tempi e respiro dell’opera siano i voli emotivi degli attori in scena, fissandosi sui sussulti morali e le increspature epidermiche che il loro stato emotivo lascia trasparire.
Il film è così sinuoso, malinconico, amaro, ironico, finanche commovente (tutta la sequenza del bar delle anziane starlette) evocando il fluire di sentimenti non concessi, l’impossibilità di steccati emotivi e lo scorrere inesorabile del tempo e del tentativo spesso vano di gestione dello stesso.

Ge You interpreta un uomo di mezza età che prendendo appuntamenti via internet si presenta ad “incontri al buio” in cerca di una definitiva anima gemella. Dolci note candide caratterizzano tutta la sezione narrativa del film fino all’incontro con una bellezza glaciale (Shu Qi) inspiegabilmente attratta da lui. Entrambi hanno insormontabili traumi legati a sentimenti del passato pronti a riemergere al primo bicchiere o appena il cuore decide di pompare una goccia di sangue in più.

Campione di incassi in Cina, nella sua levità e tenerezza il regista regala un’opera assolutamente deliziosa, pregiata da scenografie e decòrs di straordinaria bellezza, generando probabilmente uno dei suoi film più riusciti. Certo, Feng non ha mai saputo chiudere i film al punto giusto e anche questo accusa un buon quarto d’ora di troppo. Magari poco personale e derivativa, ma l’opera si rivela sorprendentemente intensa.

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