Il Castello Errante di Howl

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Howl’s Moving CastlePer la sua prima opera “post-beatificazione da Oscar”, Miyazaki riduce per il cinema il romanzo Howl’s Moving Castle (1986) della scrittrice inglese di fantasy Diana Wynne Jones (totalmente sconosciuta in Italia, molto popolare nel mondo anglofono). Il regista non è nuovo alla pratica di trarre ispirazione dalla letteratura occidentale per i suoi lungometraggi, scegliendo sempre romanzi o spunti vicini alla sua sensibilità pacifista ed ecologista; in questo caso, si tratta quasi di un ritorno al passato, ai tempi di Conan(1978) e Laputa (1986): una storia priva della violenza esplicita diMononoke Hime (1997) e delle atmosfere cupe di Sen to Chihiro no kamikakushi (2001).

Ambientata in un non meglio specificato angolo dell’Europa ottocentesca (gustosa la trovata di mescolare le lingue nelle scritte dei manifesti pubblicitari, nelle insegne dei negozi, ecc. per disorientare lo spettatore), la storia narra della giovane Sophie, cappellaia, che, a causa dell’incantesimo lanciatole da una strega, si ritrova invecchiata di colpo di 80 anni, dovendo fare i conti con gli acciacchi e gli altri problemi della terza età. Anziana nel corpo, ma non nello spirito, Sophie decide di andare fuori città alla ricerca di un castello che si muove su zampe meccaniche, nel quale vive lo stregone Howl (che, si dice, rapisca giovani donne per cibarsi della loro anima), l’unico a poterla aiutare a sciogliere l’incantesimo.

I temi cari a Miyazaki ci sono tutti: una protagonista femminile dal temperamento forte, il meraviglioso che si insinua discretamente in un ambiente inizialmente realistico, personaggi secondari buffi ed inquietanti, una guerra che fa da sfondo alla vicenda principale, una presentazione non manicheistica delle parti in causa. A ciò va aggiunta la presenza di un personaggio inconsueto: il giovane bello e dannato (Howl), che sembra essere la naturale evoluzione del personaggio di Haku di Sen to Chihiro no kamikakushi; non più un giovane eroe nobile e puro, spesso vittima dell’esuberanza della co-protagonista, ma un carattere complesso e sfaccettato, con le sue virtù e le sue debolezze. Esempio lampante di perfetta integrazione tra animazione tradizionale e computer graphic, Il Castello Errante è un film al contempo classico ed innovativo su più fronti. Se la caratterizzazione fisica dei personaggi è essenziale (come sempre nelle opere di Miyazaki), essi sembrano prendere vita grazie alla cura maniacale dell’animazione che rende riconoscibili diversi stili recitativi, un po’ come se lo spettatore si trovasse davanti ad attori in carne ed ossa. Sul versante cromatico, Miyazaki sembra aver definitivamente accantonato le tonalità pastello che hanno caratterizzato buona parte della sua filmografia, preferendo colori accesi e brillanti, forse per armonizzare gli elementi disegnati a mano con quelli generati digitalmente.
Secondo alcune voci, Steve Alpert dello Studio Ghibli ha assicurato che il film è stato realizzato totalmente senza l’apporto del computer; nonostante chi scrive l’abbia visto solo una volta, la presenza del computer sembra lampante, ma non invasiva. La computer graphic è riconoscibile in alcuni movimenti di macchina particolarmente complessi, soprattutto nell’emulazione di repentini cambiamenti prospettici degli sfondi e, sicuramente, nell’animazione del castello semovente, che sembra realizzato assemblando digitalmente svariati elementi grafici precedentemente realizzati a mano. Il primo istinto subito dopo la visione di questo film è quello di volerlo rivedere, possibilmente in sala, perché in dvd non avrà sicuramente lo stesso impatto.

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