Il Ritorno di Diavolik

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“Combatto solamente per la giustizia!”

Sinossi:

Akira sembra essere l’unico ad accorgersi che l’astro Icarus sta fuoriuscendo dalla sua orbita e sta per impattare la terra. Non viene creduto dalle autorità, ma una sera viene rapito dagli uomini del dottor Yamatone che lavora nell’ombra per salvare la terra. Per fare ciò il dottore e i suoi uomini necessitano di un cristallo particolare da inserire nel proprio raggio distruttore. Nel recuperarlo vengono ostacolati da Nazo e la sua organizzazione terroristica, veri responsabili della deviazione di Icarus dalla sua orbita. Per fortuna là dove è il cristallo viene rinvenuta una misteriosa mummia, che risvegliatasi aiuterà Yamatone e i suoi uomini. Ogon Bat è pronto per combattere ogni volta che la piccola figlia del dottore lo chiamerà tramite il suo piccolo pipistrello dorato.

Riflessioni e storia:
Il Ritorno di DiavolikParlare di Ogon Bat in ambito tokusatsu è strettamente necessario, vista la sua importanza storica nella genesi della cultura supereroistica del Sol Levante e il riecheggiare di molte delle strutture narrative adottate nelle serie e nei film posteriori. Quando però si fa una ricerca sui miti bisogna lavorare tanto di sottrazione: di mille cose che si leggono bisogna buttarne via almeno novecentonovantanove. Non aiuta il fatto che Ogon Bat sia stato esportato in tutto il mondo alla fine degli anni sessanta: anni talmente strani che riusciva addirittura ad arrivare in Italia con l’improponibile titolo de Il Ritorno di Diavolik, la cui locandina, nell’idea degli esportatori, era probabilmente un richiamo al nostrano Kriminal. Non aiuta perché come tutti gli oggetti misteriosi che arrivavano dal Giappone in quegli anni è rientrato nell’aura del culto e della nostalgia, che hanno l’indubbio difetto di mescolare tutto e generare confusione e facili errori tramandati con una facilità quasi disarmante. A tutto ciò si sommi la probabile visione del film da parte di molti estimatori solo consecutivamente all’anime, arrivato nel 1981 in Italia come Fantaman, anche se cronologicamente di poco successivo alla riduzione cinematografica. A totale dispetto del manifesto italiano sul quale campeggiavano nomi anglofoni per rendere il film più appetibile, come se lo spettatore una volta entrato in sala non si accorgesse degli occhi a mandorla degli attori, ancora oggi l’aspetto esotico domina su tutti i titoli di quegli anni oscuri. Oscuri almeno in termini di ricerca, perché spesso la volontà di conoscere è prevaricata, se poi realmente esistente nelle persone, dall’atteggiamento nostalgico e dalla sciocca sensazione di ritornare bambini durante la visione. In tal modo recuperare informazioni su Ogon Bat è abbastanza periglioso, perché gli sproloqui con notizie totalmente errate sono diffusi in tutte le lingue e in ogni dove. Cosa certa è l’importanza capitale del personaggio in sé, sia come protagonista di una delle prime testimonianze di un’idea di cinema, che preferiva sfidare l’irrappresentabilità di certe situazioni con effetti speciali magari goffi, sia per l’origine letteraria della storia collocabile addirittura prima della diffusione su vasta scala dei manga, di lì a pochi anni alimento principe della sci-fi nipponica. Ogon Bat infatti affonda le radici in una delle tradizioni più famigliari e vecchie di questo ultimo secolo di storia giapponese: il teatro Kami Shibai. Questa particolare forma di intrattenimento popolare era diretta discendente dell’Emaki, l’ancor più antica (dodicesimo secolo) pratica di far scorrere dei rulli con sopra delle immagini mentre si narrava una storia, e nacque nei primi anni trenta in pieno periodo di depressione conseguente al crollo delle borse internazionali. In genere era praticata da ambulanti che vendevano prevalentemente dolciumi e attiravano i bambini con una storia, narrata tramite illustrazioni sostituite col progredire della narrazione in una sorta di schermo. Esistevano per questo diversi scrittori ed illustratori del Kami Shibai ed è proprio da una di queste storie che nasce il personaggio di Ogon Bat nel 1930, dalla fantasia dello scrittore Ichiro Suzuki e dalla matita dell’illustratore Takero Nagamatsu. Quindi, con tutto il timore di essere smentiti, vista la difficoltà di reperimento delle notizie, si può affermare che probabilmente il primo supereroe disegnato su carta, ancor prima di Superman (1934) potrebbe essere stato proprio lui: Ogon Bat. Ad ogni modo il Kami Shibai è stato viatico verso la diffusione e la crescita della cultura fumettistica giapponese, avvenuta in larga scala solo nel dopoguerra, quando oramai la popolazione di illetterati andava lentamente scomparendo. Prova ulteriore ne è il fatto che molti illustratori si siano poi tramutati in mangaka, vedasi Sanpei Shirato (Kamui Den) o Shigeru Mizuki (Ge Ge Ge No Kitaro), e che ancora oggi spulciando nelle vecchie tavole sopravvissute alla guerra si possano rintracciare le origini di personaggi come Gekkou Kamen. Lo stesso Nagamatsu avrebbe nel 1947 curato il primo manga del pipistrello dorato, di cui fortunatamente rimane qualche testimonianza al contrario delle tavole originali ormai perdute. Le poche tavole da teatro originali che si trovano in giro riguardanti il personaggio sono in realtà di Koji Kata, scrittoreillustratore che ha avuto un ruolo fondamentale nella sua evoluzione. In tempi in cui i diritti d’autore poco contavano e tutti potevano appropriarsi delle storie e delle creazioni altrui, Kata scrive nel 1950 una nuova storia Ogon Batto Nazo Hen che farà da ossatura al film di cui andiamo a parlare. Il nuovo Ogon Bat infatti combatte per la prima volta, non contro il suo arcinemico classico (il pipistrello nero), ma contro dei nazisti capeggiati dal terribile Nazo, nome la cui assonanza con l’odiato ex-alleato tedesco non può essere del tutto casuale.
Da questo momento in poi Nazo sarà sempre il nemico principale dell’eroe, andando a definire l’archetipo di cattivo che vuole dominare il mondo comandando un’associazione segreta, presente in tanta letteratura moderna, anche occidentale, se si pensa al Blofeld nato dalla fantasia di Ian Fleming per la saga di 007. In tutto ciò è allora d’obbligo notare quanto tanta fantascienza fosse figlia del trauma generato dalla seconda guerra mondiale. Al pari di Godzilla nato dalle ceneri di Hiroshima, qui la genesi della storia di Kata è del tutto simile sebbene più sottile. L’input definitivo per la rinascita del personaggio in altra veste avviene però nel pieno boom (gli anni ‘60) della produzione fantascientifica giapponese. Nell’arco di due anni escono un manga (1966), scritto da Kata e disegnato da Daiji Kazumine, il film (1966) oggetto della recensione e il ben più noto anime (1967), curato dal creatore di Bem. I cattivi comandati da Nazo sono terribilmente marziali e simili in toto a quelli che erano i luoghi comuni sulla Germania nazista presenti nel cinema di quegli anni. Gli unici suoi uomini che vediamo a volto scoperto sono una specie di mutanti, hanno dei tratti molto occidentali e fanno un uso malvagio della tecnologia, motivo per cui è molto significativa, in termini di minaccia incombente nel finale, l’immagine della torre di Nazo che si staglia contro la torre di Tokyo. A tutto ciò si aggiunga il fatto che al fianco del Dr. Yamatone (Sonny Chiba) c’è uno scienziato buono assente nel manga e nell’anime, interpretato dall’attore inglese Andrew Hughes. Guarda caso, spulciando nell’internet movie database si scopre che questo attore e l’altro attore connazionale George Furness, entrambi attivi per diverso tempo nel cinema giapponese, erano in origine due avvocati famosi per aver difeso con successo i criminali di guerra giapponesi nel 1946. Lungi da me attribuire qualsiasi simbolico significato a questa cosa, ma ognuno a questo punto può trarre le conclusioni che più l’aggradano.
In tutto questo però ci si chiederà com’è il film in termini della sua realizzazione tecnica. Ebbene, Ogon Bat è un maledetto capolavoro, poiché mantiene intatto il senso di meraviglia della fantascienza nipponica dei primordi. Si è già  parlato della irrappresentabilità aggirata sempre e comunque in maniera ingegnosa con effetti speciali che strappano sorrisi, qualche volta tenerezza e sopratutto meraviglia. Non finirà mai di stupire l’impressionante cura formale del dettaglio tecnicorealizzativo attorno a quello che poi, ridotto alla sua essenza, è un semplice stunt mascherato con un costume gommoso. Un’idea che in occidente farebbe sorridere, ma in Giappone scatena l’impossibile. Un’idea così avvincente messa in pratica da attori, sceneggiatori, operatori e registi che nel senso di cinema di quei tempi sono quasi operai che devono fare il loro sporco lavoro. Un’idea che nonostante questo riesce a valicare i patri confini e riesce a far breccia nei nostri cuori occidentali. Allora dieci, cento, mille di questi uomini di gomma ad alimentare i nostri sogni per il prossimo futuro.
Il pipistrello dorato sarebbe poi tornato in un’altra reincarnazione cinematografica in Corea dove è egualmente famoso, per il film noto come Young-Gu and Golden Bat (Young-guwa hwanggeum bakjwi) di Nam Ki-Nam. Erroneamente viene invece spesso tirato in ballo l’altro film giapponese Ogon Bat Ga Yattekuru, invisibile poiché sprovvisto di alcuna edizione video a noi nota. Questa opera parla sì di Ogon Bat, ma in maniera marginale, essendo in realtà un film nostalgico sulla tradizione del Kami Shibai tratto da un libro di Koji Kata stesso. Certamente si tratterebbe di un recupero interessante, ma è tempo di smetterla di confonderlo con l’originale. Del regista di questo film vanno infine debitamente citati altri suoi due lavori: Kaitei Daisenso, sempre con Sonny Chiba, arrivato in Italia come I Mostri della Città Sommersa, e Kyuketsuki Gokemidoro, arrivato come Distruggete DC59: da base spaziale a Hong Kong.

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