Il Tocco del Peccato

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poster-IL-TOCCO-DEL-PECCATOQuattro granelli di sabbia. Sono quattro granelli di sabbia quelli che vanno ad inceppare gli ingranaggi della macchina Cina narrata nelle quattro storie umane che compongono Il Tocco del Peccato. UNA Cina, non “la vera Cina” né solo “le contraddizioni della Cina” come si è letto spesso nelle carte italiane che comunque ancora oggi vedono nel film solo quello che cercano. Il regista sceglie con grande cura una Cina, rurale, crepuscolare, lontana dalle grandi città note e in cui anche un accenno di skyline sprofonda in un tumulo di architetture incompiute o di macerie del passato, di una Cina crescente che sembra quasi produrre dei test architettonici nei set del film. La violenza è inoltre sopra i livelli medi produttivi locali, tanto da evocare involontariamente da una parte certo cinema di Pen-Ek Ratanaruang dall’altra avvicinandosi all’enorme People Mountain People Sea che lavorava praticamente con lo stesso identico materiale umano, narrativo e scenografico. Alla fine, fortunatamente, sopra le boutade di certa critica e sopra un pubblico a volte ancora più cieco e pigro, restano i film e i Festival autorevoli che così premiano questo film a Cannes e l’altro a Venezia, ponendo quindi ogni merito sul giusto piedistallo.
E’ un film ardito, può apparire un film velenoso in seno al paese, eccessivo nella violenza messa in scena. Ma in fin dei conti non si allontana poi così tanto da molto (memorabile) cinema del passato di propaganda, saltando a piè pari la quinta generazione. Nei vari Third Sister Liu (1960) o Red Guards of Hong Lake (1961) o ancora in The Red Detachment of Women (1961), per esempio, ricorreva continua la presenza di ricchi proprietari, sfruttatori e truffatori che soggiogavano il popolo o abusavano delle fanciulle, ricorreva l’invasore straniero, indietreggiando di qualche decennio, e il singolo o -più spesso- la collettività combatteva insieme per riportare la coesione e la libertà popolare.

E fin dalla prima storia narrata ne Il Tocco del Peccato questa è la vicenda. Proprietari corrotti che fanno la spola tra le campagne e Hong Kong (e poi Taiwan) e che sfruttano il popolo. E un popolo passivo, asservito, che in parte sta perdendo il calore sociale di un tempo cercando di adeguarsi alle evoluzioni nel peggiore dei modi, marcendo. La ribellione non è contemplata, e i simboli usati sono sempre gli stessi per tutto il film come per tanto cinema del maestro Tsui Hark (nome non citato caso), ad esempio. Animali in gabbia, animali in vasca, animali trasportati da camion, animali abbattuti e frustati. Animali che diventano conseguentemente simbolo e metafora di quello che avviene e di quello che avverrà (dai serpenti del film Green Snake che segnano il battito di strada della protagonista del terzo episodio al documentario sugli animali suicidi dello stesso episodio che si rifletterà nel quarto). Parallelamente personaggi che tentano di liberarli e di liberare sé stessi. La reazione è ogni volta diversa e sprofondata in un contesto diverso; c’è l’eccessivo calore umano della prima storia che porta all’atto violento cieco, alla liberazione assoluta, c’è l’individualismo paranoide di una ricerca di attimi di vita poggiati sulla morte degli altri, diretto riflesso microscopico della deriva capitalista del paese, c’è la difesa disperata e la fuga, fino al suicidio.
La prima vicenda narrata è una oculata apertura del film, con le più vivaci sequenze d’azione e di violenza, in uno stile mediamente internazionale. Di più difficile approccio la seconda in cui l’atto omicida è cupo e senza dichiarate giustificazioni, ma annegato in un florilegio visivo dark, in un capodanno cinese mai visto così oscuro al cinema. La terza storia al femminile è quella probabilmente più affascinante e visivamente più entusiasmante, forte anche di un personaggio ben scolpito e fortemente a rischio empatia con lo spettatore.

E’ una Cina anomala quella narrata dal regista, rurale, povera e polverosa ma in cui la tecnologia ricca si è ormai insinuata prepotentemente in forma di Ipad e Iphone, è una Cina dell’opera di Pechino e del grande cinema hongkonghese di cui la gente fruisce (vediamo Exiled di Johnnie To nel bus e Green Snake di Tsui Hark in sauna), del calore cinese del passato in mano agli anziani e a pochi giovani destinati principalmente o alla mutazione animalesca o all’autodistruzione. Ed è la Cina come territorio predatorio degli arricchiti delle due “mezze Cine” (Taiwan e Hong Kong) qui raffigurati o come sfruttatori o come clienti di pittoreschi bordelli.
C’è anche un coreografo per le sequenze d’azione, anche queste sempre in bilico tra rari accessi di coreografia spettacolare e plasticità statica e contemplativa. Ponderata la scelta del regista di tirare il freno e di fermarsi prima di una deriva action che potesse restituire una goffaggine fuori luogo ma spettacolare; anche qui riesce a fornire uno strano mélange tra visioni balistiche hongkonghesi, posture stilizzate da Opera di Pechino, e una ricercatezza pacata e raffinata propria del suo stile ricorrente.
E’ un film modernissimo come totalmente radicato in cultura e umori locali (la protagonista del terzo episodio è diretta con lo stesso piglio plastico e antinaturalistico di tanta Opera locale), è un film parziale nella visione ma universale nella resa, un microcosmo selezionato, preso a mò di rappresentazione del totale, con resa alterna ma assolutamente riuscita nella visione di insieme. Oltre ai bravi attori, oltre le stupende e soffocanti location polverose, oltre alla buona regia, Il Tocco del Peccato racconta una Cina, una Cina costruita e scolpita dal regista, una Cina forse inesistente ma che diviene specchio di una realtà più grande forzatamente presente e iperreale. E forse il fascino maggiore del film è tutto qui.

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