Impetigore

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Joko Anwar è ormai una presenza familiare del Far East Film Festival, dove è decisamente ben ricordato per gli horror The Forbidden Door (2009) e Satan’s Slaves (2017): due film che, proiettati a loro tempo proprio durante la kermesse di Udine, rivelarono anche ai cinefili di casa nostra tutta la potenza e l’originalità dell’horror indonesiano odierno.

Così quest’anno, in occasione della ventiduesima edizione del FEFF, Anwar è stato nuovamente invitato (almeno in nuce, essendosi l’edizione tenuta esclusivamente online…), e stavolta con ben due opere: Gundala, magnifico superhero movie che apre un vero e proprio cinematic universe dedicato agli eroi delle edizioni Bumi Langit; e Impetigore, il film che è oggetto di questo articolo. Un nuovo e avvincente horror, immerso nell’affascinante folklore indonesiano.

Il film è aperto da un brillante incipit, quasi un cortometraggio horror a sé stante. In un contesto differente dal resto della storia, la protagonista Maya (Tara Basro) viene salvata in extremis da un misterioso invasato che la pedinava da tempo: costui, prima di aggredire la ragazza, le aveva chiesto se il suo nome fosse Rahayu.

Titoli di testa, e ritroviamo Maya intenta a mandare avanti una sfortunatissima attività con l’amica del cuore Dini (Marissa Anita). La nostra protagonista afferma di essere stata effettivamente chiamata Rahayu durante l’infanzia, ma sono memorie lontane e confuse. Maya, infatti, ha perso i genitori quand’era molto piccola, e nulla rimembra del suo villaggio natio.

Dopo aver rinvenuto da sé – e piuttosto letteralmente – un inquietante messaggio dal passato, la volontà di indagare sulla propria identità si fa sempre più urgente. Alla questione personale, si assomma inoltre l’urgenza economica: Maya sa che, sulle orme dei genitori, potrebbe tornare in possesso dei beni di famiglia, particolarmente di una grande abitazione. Così, accompagnata dalla “complice” Dini, Maya decide di rintracciare il suo villaggio natale, recandovisi di persona.

Le due giovani donne raggiungeranno la loro meta, scoprendo un insediamento oltremodo sperduto, arcaico e maledetto. Maledetto di una maledizione terribile, alla quale Maya/Rahayu è profondamente legata…

Impetigore, scritto oltre che girato da Anwar, è un godibilissimo horror soprannaturale. Un film costruito con mestiere e non pochi guizzi, che – esattamente come il “compagno di trasferta” Gundala, nel filone a esso proprio – guarda programmaticamente al mainstream, orientale come occidentale, cui dedica non pochi riferimenti e citazioni.

Ma Impetigore è anche un’opera che riesce a trovare una propria ragion d’essere. In primo luogo, nel riferimento al ricco e affascinante folklore giavanese, e in particolare all’arte marionettistica delle ombre giavanesi. Queste ultime, analoghe per certi versi alla lanterna magica, in alcune memorabili sequenze diventano il mezzo con cui Anwar ricolloca l’origine, la “magia” del cinema, nella magia propriamente detta dei misteri indonesiani.

In secondo luogo, Impetigore riferisce alla società indonesiana sotto un altro aspetto: quello cioè delle complesse problematiche sociali che l’attraversano. Tema caro ad Anwar, che lo riprende e sviluppa anche in Gundala, nel contesto di Impetigore dà luogo a un horror modernamente al femminile: dove le donne, prede e vittime della tradizione e della famiglia, nidi corrotti dai giochi di potere, devono necessariamente collaborare fra di esse per riuscire a sopravvivere.

Forte dell’indubbia arte di Anwar, capace di costruire solide geometrie di tensione pronte a deflagare quando occorre (senza peraltro alcun abuso di jumpscare); e di una confezione in generale solida ed elegante, Impetigore si incarta soprattutto verso il finale, costruito attraverso soluzioni decisamente abusate. Inoltre, resta il rimpianto per alcuni momenti in cui non si è voluto spingere troppo sull’acceleratore dell’estremo, per quanto una maggiore efficacia forse lo avrebbe richiesto.

In conclusione, Impetigore è un horror interessante che merita senz’altro la visione da parte degli appassionati. Distinguendosi dalla massa delle produzioni di questo genere per l’ambientazione, i riferimenti culturali, e una elegante cura formale e narrativa, non trova tuttavia lo slancio per spiccare il volo, ed essere qualcosa più di un “semplice” buon film.

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