In the Heat of the Sun

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Il tempo ha cancellato i miei ricordi. Non so più distinguere ciò che è immaginario da ciò che è reale (Ma Xiaojun, protagonista di In the Heat of the Sun)

 

Nella Pechino degli anni ’70, svuotata di adulti e giovani adulti dalla Rivoluzione Culturale di stampo maoista, un gruppo di ragazzini vive la calda estate del dolce far niente che segnerà per sempre il ricordo della loro crescita. La voce fuoricampo di un ormai adulto Ma Xiaojun degli anni ’90 racconta la storia di se stesso da ragazzino, o per meglio dire il nostalgico rimembrare della sua storia, ancora troppo giovane per finire in campagna nei campi di rieducazione e comunque non così giovane da non rendersi conto di quanto accada intorno a lui, tutto preso dalle prime esperienze con l’altro sesso, le scorribande con gli amici, la giganteggiante iconografia maoista (il film si apre appunto inquadrando una statua di Mao Zedong) e il sogno di poter diventare un eroe romantico della rivoluzione alla maniera di quelli raccontati da Pushkin.

Liberamente tratto da un racconto di Wang Shuo, giovane e ribelle autore di spicco della narrativa cinese degli anni novanta, intitolato Wild Beast, In the Heat of the Sun segna l’esordio dietro la macchina da presa di uno dei più grandi attori cinesi dell’ultimo ventennio, quel Jiang Wen che ha prestato il volto e il corpo a grandi film da Sorgo Rosso e Li Lianying: The Imperial Eunuch, a The Missing Gun e Green Tea, fino al recente ruolo di Cao Cao nell’epica in costume ispirata al Romanzo dei Tre Regni di Lost Bladesman, firmato da Alan Mak e Felix Chong. E si tratta di un esordio felice e fruttuoso: felice perché In the Heat of the Sun è un grande film sulla crescita e su una personalissima visione della Cina popolare e maoista del periodo della Rivoluzione Culturale, per una volta raccontato senza i toni cupi cui siamo stati abituati in occidente dai cosiddetti registi della Quinta Generazione, fruttuoso perché l’approccio usato da Jiang Wen per affrontare il tema, trasfigurato dal ricordo e dalla nostalgia che solo chi all’epoca viveva la sua adolescenza potevano regalare, ha creato una crepa nell’ingessato cinema realista cinese del periodo, e avrebbe dato in seguito lo spunto a una terza via del cinema mandarino, lontana sia dal drammone rurale quintogenerazionale che dalle tensioni al blockbusterismo commerciale in costume che si anseranno al principio del nuovo millennio tra gli esempi di cosa sia il cinema della Repubblica Popolare Cinese.

Figlio un po’ del leoniano C’era una Volta in America e un po’ di film del maestro taiwanese Hou Hsiao Hsien, tra i quali The Time to Live and The Time to Die o The Boys From Fengkuei, In the Heat of the Sun è la storia di un tempo che passa, che è passato ma che rimane nella mente e nel ricordo del suo protagonista come un’ideale età dell’oro di cui nemmeno lui è però sicuro di ricordare gli avvenimenti con esattezza, di un’estate consumata velocemente e voracemente, all’ombra delle marce di propaganda (un’allegra e incessante versione cinese di Moscow Nights anima la colonna sonora), dei racconti della vita di Lenin, delle foto di Mao, delle scorribande con gli amici per vedere un film non ancora autorizzato dalla censura del Partito. Insomma, il calore del sole, il colore della gioventù, affrontati con una genuinità e una freschezza che raramente si riescono ancora a ritrovare su uno schermo cinematografico.

 

Poster:

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