Infection

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Vista la moda del periodo del new j-horror e la tendenza fagocitatrice del cinema hollywoodiano i produttori giapponesi hanno pensato bene di produrre vere e proprie serie di film a tema nel tentativo di allettare i clienti occidentali. E’ una strategia che funziona? Evidentemente si, visto che la statunitense Lion Gate ha subito comprato il pacchetto J-Horror Theater (6 film) per la distribuzione internazionale. Logicamente in Italia i film arrivano solo di rimbalzo in una specie di telefono senza fili che deve necessariamente passare per gli Usa per avere conferma dell’importabilità dei prodotti e quindi ecco che questo film è stato distribuito anche da noi e celermente seguito dal secondo titolo della serie, Premonition (Yogen). Una distribuzione però che conferma per l’ennesima volta come in Italia arrivi sempre il peggio o quasi. Infection è infatti una scartina all’interno dell’universo del new horror, un sontuoso e ricco sfoggio di talento poggiato su delle basi risibili e una sceneggiatura praticamente inesistente. Sembra di assistere al racconto maldestro di una barzelletta e si rimane quasi incantati di fronte alla sfrontatezza nel raccontare un’accozzaglia di luoghi comuni che sfiorano il ridicolo involontario. Altra cosa assai grave è come il cinema giapponese in questo caso si sia ridotto a scopiazzare maldestramente il cinema occidentale. Infatti il film non è altro che una riproposizione nemmeno troppo leggera del The Kingdom di Lars Von Trier, addizionato di sottotrame che si scordano di sè stesse, personaggi inutili che scompaiono e riappaiono (senza essere fantasmi) con il climax in un infermiere che per tutto il film si allena a mettere i punti di sutura su una specie di prosciutto.
Ma mentre in The Kingdom Lar Von Trier prendeva tempo per sfaccettare e evolvere i suoi casi umani qui tutto è accennato e proposto con secchezza in un tentativo maldestro e imbarazzante di convincere lo spettatore nel tempo limite della durata del film. Non c’è narrazione ma sterile proposizione di eventi in una fretta produttiva di inserire tutte le scene “x” nel dato tempo, in un calcolo quasi meccanico della costruzione filmica, calcolo oltretutto mal fatto visti i risultati finali.
Stranamente il film ha riscosso un discreto successo; probabilmente il pubblico di massa ha gradito quello che ormai non trova più nel cinema horror occidentale, ossia un paio di sani brividi che il film comunque regala. Anche la confezione bisogna ammettere essere ben fatta ma alla regia c’è comunque un regista abbastanza a suo agio con il genere, Masayuki Ochiai, già autore di Parasite Eve e del bel Hypnosis (quello si un bell’horror pionieristico). Il regista è mimetico alla sceneggiatura e si appiccica a livello epidermico ad essa. Non sembra possedere la capacità di un Takashi Miike di trascenderla, Ochiai ne rimane passivo, riflettendo questo atteggiamento sulla riuscita del film che alla fine può risultare più o meno fine e interessante a partire dalla qualità della propria forma scritta.
Ospedale Del Regno, fusione tra quello di The Kingdom e quello del videogame Silent Hill. Casi umani sia tra i pazienti (repressi, folli, inquietanti, repellenti) che tra il personale medico (reclute che non sanno mettere nè dei punti di sutura [e quindi si allenano su una lastra di pancetta] nè fare iniezioni [e alla fine le testano sulle proprie braccia]) antipatia e competività interna. L’ospedale giapponese è carente di personale, materiali, attrezzature, persino le siringhe (probabilmente nemmeno sotto Baghdad bombardata). Questo è il pretesto e contesto iniziale e vi assicuriamo che fa ridere.
Un errore medico e un paziente ustionato per 2/3 muore. Si cerca così di insabbiare il decesso con una pratica abominevole mandando in rovina ogni forma di codice deontologico. Al contempo tra un’apparizione fantasmatica e un’altra arriva un misterioso paziente femminile che produce fiumi di liquidi verdastri salvo poi sciogliersi in toto davanti gli occhi perplessi dei medici. Si tratta di un nuovo virus, assolutamente da studiare per poter alfine ricevere un riconoscimento e risollevare le sorti dell’ospedale.
Su questo abbozzo di storia davvero risibile si sviluppano poi due diverse strade. L’una è quella che porta il film alla deriva del comico involontario. E’ inconcepibile produrre un film del genere senza una adeguata sessione di ricerca delle dinamiche mediche. Di fronte a fiumi di sangue, pazienti carbonizzati e putrefatti, donne che si sciolgono letteralmente emanando un virus ignoto quasi mai i medici e i dottori si adopereranno ad utilizzare mascherina, occhiali e guanti in lattice, che sono le basi della medicina.
Dall’altro lato c’è invece tutta una componente metafilosofica assai interessante. Viene mostrato con una mela all’inizio come il rosso sia il colore che viene percepito allo stesso modo in condizioni di luce diversa e l’inquadratura finale, quella dell’occhio che si tramuta da rosso a verde è la soluzione di tutto l’arcano. Un film diviso dal dualismo rosso/verde e che è algoritmo della visione viziata e automatica. E’ di nuovo un virus a trasmettere l’orrore (dopo quello della VHS di Ring o quello di Suicide Club) che colpisce le colpe, il dovere, le responsabilità permettendo al colpito di vedere il mondo in una modalità pura, esente da quella viziata dell’universo degli adulti. La purezza della visione appartiene ai puri, il bambino e la signora pazza, che in modo diverso (il bambino spaventato si nasconde dietro una maschera, la signora anziana si immerge nell’orrore) reagiscono agli eventi. E’ una purezza di sguardo che spetta ai casi limite, all’occhio non viziato dei bambini o disincantato degli anziani, agli esseri privi di colpe. Agli altri si aprirà un universo altro, trampolino per visioni, riemersioni di colpe ancestrali e uno scivolo verso la deriva.
Teoria molto interessante ma sviluppata in forma pessima e questo non salva il film. Decisamente per chi si accontenta, il bello del cinema horror dell’estremo oriente è altrove.

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