Initial D

Voto dell'autore: 2/5
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Initial DIspirato all’omonimo manga (e alla serie TV animata) di Shuichi Shigeno pubblicato  in Giappone dalla Kodansha Ltd., Initial D era attesissimo come (almeno a livelli di clamore) il Kung Fu Hustle del 2005. Invece, nonostante il successo, a livello qualitativo il film si è risolto come una bolla di sapone. Inizialmente il progetto del film era stato dato in mano a Tsui Hark e con un pò di autoritarietà e di decisone registica, qualche imposizione e una selezione più ponderata degli attori sarebbe potuto venir fuori un buon film. Invece un pò per non cedere alle imposizioni della produzione, un pò la consapevolezza dell’impossibilità tecnica e tecnologica di mettere in scena i virtuosismi immaginati, il regista ha lasciato la produzione per abbracciare il progetto Seven Swords. La regia è allora passata nelle mani di Andrew Lau e Alan Mak, responsabili del successo di Infernal Affairs. La cosa però non deve portare a facili entusiasmi. Più prende corpo la consapevolezza che il merito della trilogia sia tutto sulle spalle del bravo Alan Mak, più si spiega l’esilità di questo progetto in cui traspare tutta la composizione sgraziata e patinata di Andrew Lau, a tutti gli effetti il Michael Bay di Hong Kong.

Il risultato è un film deludente sotto ogni aspetto, ingenuo e per un target di quattordicenni, che non riesce né a coinvolgere né a far scorrere dei brividi durante le sequenze automobilistiche (cosa che faceva in un minuto l’intro di One Nite in Mongkok, in cui il pericolo era sempre palpabile) nonostante siano ben messe in scena. Se la regia è anche robusta e fluidissima grazie al continuo ricorso a carrelli e dolly vertiginosi, il montaggio prepotentemente interventista però spezza e fraziona continuamente, con l’ingrato compito di dare al film una forma “cool” ma aimè con il risultato di innervosire e complicare inutilmente la visione. Una continuità di movimento avrebbe sicuramente dato al film un tono epico più di ampio respiro, mentre la continua frammentazione dei movimenti, mista alla pluralità dei punti di vista spesso consecutivi (un utilizzo chiassoso degli split screen talvolta e ripeto, talvolta confusionario) rovina la visione e spegne l’elevazione del processo emotivo. Questa considerazione non è un attacco tout court ad un’estetica della messa in scena che quando fatta con motivazione e innovazione può sortire ottimi risultati; qui spesso non produce nemmeno risultati inediti e freschi.

Le musiche sono onnipresenti ed invasive e non sempre adatte alle immagini a cui fanno da tappeto. Ad aggravare pesantemente lo stato del film è la scelta degli attori, tutti assolutamente fuori ruolo, spesso con esiti oltre l’imbarazzante. Comprendiamo la scelta filologicamente e commercialmente corretta di chiamare a raccolta uno stuolo di giovinetti ma spesso la loro recitazione è talmente amatoriale che difficilmente si riesce a comprendere lo stato emotivo del personaggio e le proprie motivazioni. Primo tra tutti è il protagonista, Jay Chou (che appare anche nella colonna sonora), notissima superstar che interpreta Takumi Fujiwara e che passa l’intero film a muggire e mugugnare alla Kitano, impacciato e per niente credibile, raggiungendo davvero l’imbarazzo per lo spettatore in alcune sequenze (tipo quella in spiaggia in cui recita talmente male che non si riesce a capire se il proprio personaggio stia parlando realmente o trovando scuse verso la propria compagna). Ma anche gli altri non sono da meno tra una Anne Suzuki (interpreta Natsuki Moji) tutta (e solo) occhioni, i due reduci da Infernal Affairs, Edison Chen (interpreta Ryosuke Takahashi) e Shawn Yu (interpreta Takeshi Nakazato), fino al di solito bravino Chapman To (interpreta Itsuki Tachibana) qui diretto davvero male. Si salvano solo un bravo ma anonimo Kenny Bee (Yuuichi Tachibana), un eccellente Jordan Chan (interpreta Kyouichi Sudou) agghindato come un’ idiota e un magrissimo Anthony Wong (interpreta Bunta Fujiwara) ormai prossimo alla santità che da solo vale la visione del film, in una performance intensa e trasformista, uno dei migliori attori al mondo, senza timore di smentita.
Il film racconta la maturità di un giovane abilissimo nella guida che si trova nel tempo a dover gareggiare in una strada pubblica contro spericolati automobilisti sempre più abili e spietati. Figlio di un corridore fallito e alcolizzato, ora venditore di tofu, deve scegliere se seguire le orme del padre o percorrere una nuova strada, colma di curve e dal destino ignoto.
Nulla può la buona sceneggiatura di Felix Chong (sua anche quella di Infernal Affairs) contro degli attori direti male e un montaggio epilettico e immotivato.
Nonostante tutto, come accade spesso nel cinema asiatico, anche il film più brutto contiene quelle quattro sequenze geniali che emergono dal resto del metraggio e anche Initial D non ne è esente. Grazie all’intervento del digitale e ad alcuni momenti ispirati si riesce a fruire anche qui di buone fette di cinema. A questi momenti bisogna ancorarsi e lasciarsi cullare dalla bella performance di Anthony Wong, fruendo di un film onestamente ben fatto ma incapace di emozionare.

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