Invisible Killer

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Invisible KillerSulla piccola isola di Yangshan, un uomo viene catturato durante un blitz della polizia in una locanda: L’uomo, del quale viene verificata l’estraneità ai fatti che hanno portato all’arresto di una banda di malviventi, viene identificato come Gao Fei e sulla sua testa pende una taglia del popolo della Rete cinese dopo che online un marito geloso lo aveva accusato di aver fatto sesso con la moglie conosciuta su un forum di videogiocatori. La gogna di internet ha costretto Gao ad abbandonare la famiglia e a nascondersi dalla caccia all’uomo scatenata da media e bloggers e messa in atto anche nel mondo reale. Gao si dichiara innocente e perseguitato e l’agente Zhang Yao (una bravissima Feng Bo) lo rilascia, ma quando in mare viene ripescato il cadavere decapitato della ragazza accusata di aver avuto la relazione illecita con Gao, la vicenda assume toni ben più torbidi e il protagonista deve fare i conti con la polizia oltre che con un giornalista e un forumista a caccia di gloria che già gli danno la caccia.

Invisibile Killer mette in piazza un tema d’attualità per la cronaca cinese come quello delle cacce all’uomo scatenate dalla rete nella vita reale (tema che ha suscitato a più riprese la preoccupazione degli stessi Organi di Governo cinesi, da tempo impegnati a contenere le ripercussioni di uno strumento sempre più diffuso come internet sulle loro capacità di controllo dell’ordine sociale, soprattutto giovanile) e vi confeziona al contorno un giallo ambiguo e inquietante in cui le sfumature di grigio mangiano ogni squarcio di luce e buio. I confini tra realtà e manipolazione, tra mondo reale e mondo virtuale (che del resto aveva già abitato The Last Level, l’esordio al lungometraggio di Wang), si fanno labili e i personaggi, gettati in un mare virtuale/reale più grande della dimensione di provincia in cui il dramma è ambientato, hanno tutti qualcosa da nascondere. Come in una spigolatura cinese della struttura narrativa di Twin Peaks, la domanda cruciale (Chi ha ucciso Lin Yan, la donna coinvolta nello scandalo e trovata morta?) resta sul fondo e a fare il gioco restano sulla scena le contraddizioni di una società in cui tutto diventa di dominio pubblico in modo estremamente facile, come quella figlia del web (2.0?), una società in cui un solo errore può condizionare una vita in modo incontrovertibile.
L’apertura di un pianeta di conoscenze e informazioni regalata tramite internet diventa una gabbia di privacy inesistente e persecuzioni dietro l’angolo: un grande potere – che i netizen stessi forse non si rendono nemmeno conto di avere – necessità una grande responsabilità per essere gestito? A questa domanda Wang Jing non rende risposta, preferendo impostare la storia sulle psicologie costrette a un duro confronto con una realtà inaspettata dei protagonisti, prima tra tutti l’agente Zhang, con quel suo fare catatonico e apparentemente distante che la fa sembrare un po’ la versione femminile del Ciccio Ingravallo di Gaddiana memoria, e che è l’unica a cercare con semplicità, facendo “solo il suo dovere” a rimettere ordine nel caos di un garbuglio oscuro e capace di prendere allo stomaco lo spettatore. Chiamatelo, se volete, Un Pasticciaccio cinese, che come quello di Gadda non ha soluzione esplicita. Tante domande, poche risposte, ma in casi come questo i problemi sollevati sono più importanti delle soluzioni (non) esistenti.

 

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