Ip Man 3

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La prima ora di Ip Man 3 è una schifezza di rare proporzioni, tanto da non credersi. Si, certo, è un susseguirsi continuo di combattimenti, duelli, scontri, tutti uguali, tutti medi, appoggiati su di una storia inesistente vissuta da personaggi esili. C’è anche una ridicola comparsa altamente caricaturale a caso di Bruce Lee. Tutto avanza per il peggio, con una regia anonima, delle musiche inascoltabili (addirittura del talentuoso Kenji Kawai), una fotografia di nuovo sovraesposta e piatta quasi da fiction per “valorizzare” il 3D che a sua volta impone continui colpi e oggetti schizzati in faccia allo spettatore. Quasi non ci si crede che la regia sia di Wilson Yip. Poi si comincia a fare caso ad un elemento; che ogni volta che entra in scena la moglie di Ip Man e inizia a svolgersi la sezione melodrammatica improvvisamente tutto si raddrizza; la fotografia diviene più curata, la regia più intima. Il tutto culmina dopo un’ora quando la presenza del suddetto personaggio femminile diviene testimone di uno scontro all’interno di un ascensore. E qui finalmente assistiamo ad un breve ma intenso sussulto anche nella messa in scena delle arti marziali. Che succede? Si, sembra quasi una co-regia tra due persone. Da una parte Yuen Wo-Ping che cura in maniera anonima e assolutamente di maniera le coreografie marziali (annus horribilis per l’autore che firma una doppietta pietosa tra questo e la regia del nefasto Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny). Dall’altra un Wilson Yip che ci piace immaginare alla firma del contratto pretendere di mettere mano solo alle sezioni narrative più intime, memore dei suoi capolavori di inizio carriera come Bullets over Summer e Juliet in Love. Da qui in poi il film si muove su due binari; uno, inutile, sterile, incomprensibile, finanche noioso che è il film marziale, l’altro un piccolo film intimo, anche toccante che è quello melodrammatico nel rapporto tra l’atleta e sua moglie.
Un film che funziona quindi a metà, sulla media del secondo capitolo ma con una cesura più netta tra parti riuscite e meno, pregiato comunque dalla presenza attoriale di alcuni grandi veterani del cinema di Hong Kong da Kent Cheng (Run and Kill) a Leung Kar-Yan (Warriors Two, Postman Strikes Back).
E Mike Tyson? In fin dei conti appare giusto in un paio di scene. Ma l’incontro con Ip Man, seppur praticamente inutile ai fini della narrazione è ben realizzato, innegabilmente coinvolgente e non può che lasciare con un sorriso agrodolce sulle labbra convinti di avere per un attimo intravisto quello che sarebbe potuto essere, e non è, il terzo capitolo della saga.

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