Ip Man 4: The Finale

Voto dell'autore: 4/5
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E ad undici anni esatti dal primo capitolo si chiude (o così pare) anche la fortunata saga di Ip Man, ultima grande epopea cinese dedicata alle arti marziali.

Va preso atto di come, pur essendo ennesimo capitolo e  episodio finale, il film riesca comunque a proporsi come oggetto mediamente riuscito e convincente; scritto macroscopicamente meglio sia di Ip Man 3 che (soprattutto) dello spin off Master Z: Ip Man Legacy.

Certo, prevedibile, a volte retorico e forzato ma la sceneggiatura è sensibilmente più oleata del solito, e fa visibilmente tesoro del nuovo contesto storico e geografico. Ip Man 4 è quasi interamente ambientato negli Stati Uniti degli anni ’60 e annovera la presenza ingombrante di Bruce Lee, allievo riconosciuto del protagonista.

Questo offre al film la possibilità di parlare d’altro in maniera più fresca e di dare quindi aria ad una saga che mostrava ormai il fiato corto. Principalmente viene narrato il contesto sociale degli immigrati cinesi negli States, reclusi nelle Chinatown, aggrediti e discriminati attraverso atti razzisti, impossibilitati ad una “integrazione” reale col paese. Il medium di questo concept è il linguaggio delle arti marziali che come da “pannelli” sul finale saranno accolte attivamente solo molti anni dopo.

Nel mezzo c’è un Bruce Lee non agiografico, finanche arrogante e bullo che si muove nel film restituendo in maniera metafilmica le immagini che di lui abbiamo visto oggi solo in differita e un Ip Man macroscopicamente più sentito e vivo. Va anche preso atto della prova da attore di Donnie Yen, calibrata, intima, e profondamente convincente nell’incarnare un Maestro più anziano, malato, e con problemi legati all’adolescenza del figlio. Una interpretazione che segna uno dei punti più alti della propria carriera di attore.

Le sequenze d’azione passano in secondo piano e sono, una volta tanto, meno interessanti della parte direttamente narrativa. Alle coreografie sempre Yuen Woo-ping che offre uno spettacolo medio, non eccessivamente sopra le righe e spettacolarizzato.

Il talentuoso attore Scott Adkins, ottima faccia da caratterista, funziona meno dei precedenti Mike Tyson (Ip Man 3) e Dave Bautista (Master Z: Ip Man Legacy) ma solo a causa del personaggio caricaturale costruitogli addosso.

Oltre al bravo Danny Chan (Kung Fu Hustle), negli ovvi panni di Bruce Lee, questa volta un’ottima figura come comprimario marziale tocca al talentuoso Wu Yue (Cold War 2, From Vegas to Macau 2), che oltre a Lee diviene l’altra figura di richiamo dell’opera (come in precedenza fatto con John Zhang Jin e Tony Jaa).

La regia di Wilson Yip è ormai del tutto anonima e priva di qualunque guizzo autoriale, specie dovendo confrontarla, certo nostalgicamente, con i film degli esordi primi tra tutti i solitamente citati Juliet in Love e Bullets Over Summer.

Accogliamo quindi un buon film di intrattenimento e un’inaspettata ottima chiusura di saga, penalizzata, rispetto ai primi due capitoli, solo da una regia svogliata e visibilmente anonima. Il “dopo finale” renderà felici ed emozionerà tutti i fan della saga di Ip Man

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