Iron Girl

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アイアンガールTrovare le parole per descrivere Iron Girl è estremamente difficile. In fondo si tratta di un classico tokusatsu in cui una misteriosa eroina, dimentica delle proprie origini e delle proprie motivazioni, ma semplicemente mossa dallo spirito guerriero e dalla solitudine del suo ruolo, si ritrova a combattere dei cattivi che fanno delle angherie a degli sfigati. Il problema è che questo accade per buona parte del tempo in un capannone semivuoto, che potrebbe appartenere ad una qualsiasi delle vostre periferie. La scelta stilistica si riproduce coraggiosamente anche fuori, dove a far da sfondo sono sparuti alberelli o ruscelletti di scarico, siti probabilmente a pochi metri dal capannone, così isolati dal mondo che ci sono delle taniche di messe in pila di proposito per farle esplodere. Così, in quello che dovrebbe essere un paesaggio selvaggio, in bella posta, come si volesse aumentare il nonsense dell’ambientazione. Se questo è il mondo post apocalittico in cui vivremo, allora è meglio morire durante il disastro.

D’altra parte anche l’umanità sopravvissuta non è granché. A parte i fisiologici cattivi, vestiti come foste capitati nella peggiore festa in costume a tema pirati alla quale vi abbiano invitato per vendetta, tra i quali svetta un effeminato capo, apostrofato “checca” più volte dalla protagonista, e che scimmiotta malamente Johnny Depp in Pirati dei Caraibi, vi sono dei pavidissimi e codardissimi abitanti del capannone. Il vecchio del gruppo ha addirittura un libro di profezie, che fa eco all’introduzione che provava a dare un piglio serio a questo improbabile mondo e parlava di presunti dei o salvatori o chi per loro, insomma della guerriera borchiata e vestita di acciaio che li avrebbe salvati. La povera Kirara Asuka ci mette gran piglio, anche se nella vita avrà interpretato film pornografici con budget più alto e magari anche qualche parodia dei tokusatsu, che è un sottogenere ben diffuso in Giappone. E considerato che la gran parte del budget sarà stato speso per lei, per il suo costume e per pagare l’altra attrice, onnipresente nei film del genere, che è Akiyama Rina, saremmo portati a dire che sia stata la mistura tra imbarazzo e dignità ad aiutarla a portare a termine il grave ruolo.

Se qualcosa di salvabile c’è, quella è proprio la sua discreta presenza su schermo, ma sarebbe bastato uno screenshot piuttosto che 93 minuti di onnipresenti musiche di scarto da qualche arcade degli anni ’80, fotografia talmente brutta da far venir voglia di prendere i master del film e rifare una color correction prima di rivederlo, una regia sciatta poggiata su coreografie “marziali” minimali e una sceneggiatura che è coinvolgente quanto una mattonata sui denti. Dentro ci sono ridicole tragedie, drammi personali, impacci adolescenziali proiettati su persone adulte, etiche del guerriero e talmente tante altre ovvietà, luoghi comuni del cinema popolare locale, che vien voglia di fare digiuno di cinema giapponese per almeno un paio di mesi, chiudersi in un sano silenzio di riflessione e ricominciare da capo un’altra vita, altrove, magari nel cinema islandese per famiglie dove tutti sono strani e si vogliono bene nonostante siano strani. L’importante è che non ci si senta più talmente strani e alienati dal mondo, come ci si ritrova a sentirsi dopo aver fatto la scelta di vedere Iron Girl.

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