It Gets Better

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L’unico thailandese in concorso alla quattordicesima edizione del Far East Film Festival di Udine è questo It Gets Better. Tanwarin Sukkhapisit approda alla sua terza prova da regista con un approccio decisamente più commerciale rispetto al precedente, controverso Insects in the Backyard, bandito in patria per i suoi eccessi. In questo caso la violenza è messa da parte, giusto qualche lampo qui e là per indurire i risvolti drammatici dell’intreccio. Ciò che conta in It Gets Better è il rapporto complesso fra i suoi protagonisti. Le tre diverse storie che si inseguono parallelamente per tre quarti della pellicola consentono alla regista di esplorare, come già in passato, dinamiche e punti di rottura dell’universo transgender. Niente di nuovo per chi ha familiarità con Almodóvar, naturalmente. Ammorbidendo i toni per venire incontro ad un bacino di pubblico e critica più ampio, la Sukkhapisit appiattisce la regia senza riuscire, in generale, a dare un’impronta veramente significativa ai momenti più delicati. In particolare, il crescendo di pathos che arriva verso la conclusione, per quanto prevedibile nei suoi risvolti, poteva essere ancora più incisivo se gestito con un ritmo meno blando.
Questo, tuttavia, non impedisce a It Gets Better di coinvolgere e incuriosire lo spettatore quel tanto che basta per appassionarsi alle sorti dei tre protagonisti. Saitan è il travestito con cui si apre il film. Ci viene presentato come una donna bellissima al fianco della sua altrettanto bellissima Alfa Romeo, in una cornice da cartolina. Un’illusione di pace e sensualità subito smorzata da un gesto volgare: il travestito, che noi ancora non sappiamo tale, si inginocchia e nella quiete sentiamo scorrere l’urina. Una scena che imposta la dicotomia fascino-ribrezzo che è un po’ la reazione di un generico maschio quando incontra prima e riconosce poi un transessuale. O almeno è questo che sembra lasciare intendere la Sukkhapisit. Saitan affronta la vecchiaia inseguendo un sogno di giovinezza che va lentamente sparendo, cercando passioni impossibili. Secondo protagonista è Din, un ragazzo sorpreso dal padre a indossare i vestiti della madre e per questo forzato a trascorrere del tempo in un monastero buddhista. A dispetto del volere paterno, qui s’innamorerà di un altro monaco e non gli sarà facile attenersi a ciò che gli impone la religione. Il terzo personaggio principale che ci viene mostrato è Tonmai, tornato a casa per occuparsi della vendita del locale notturno del padre. Locale che, ovviamente, è gestito da un transessuale e vive delle performance di canto e danza di altri transessuali che ci lavorano. Tonmai rappresenta esattamente il maschio generico di cui sopra. Scoprirà di poter apprezzare il diverso, di sapercisi confrontare nonostante tutto. Ciascun personaggio si confronta con situazioni ed emozioni che inevitabilmente scuotono la sua sensibilità e la sua percezione delle cose. Al tempo stesso, stimoli e sollecitazioni lo costringono, neanche troppo controvoglia, a mettersi in gioco e scoprire che cosa lo aspetta “dall’altra parte”. È qui che la Sukkhapisit gioca meglio le sue carte, soprattutto mentre segue le vite di Saitan e Din, più che quella di Tonmai. Saitan e Din, pur lontani generazioni, condividono gli stessi dolori e gli stessi sogni spezzati. Entrambi non hanno abbastanza forza per abbandonarsi ai propri istinti, né riescono a sopprimerli completamente. Toccanti le lacrime versate da entrambi nei momenti più delicati in cui capiscono di non potere più nulla. Brava la regista, ma bravi anche gli interpreti, rispettivamente Penpak Sirikul e Pavich Suprungroj, a comunicare tutto quello che li attraversa con degli sguardi davvero potenti. Cosa che, invece, sembra non riuscire mai a Panupong Waraakesiri, un po’ impacciato in un ruolo che invece è meno facile di quello che sembri. Il suo Tonmai è disposto a negare il piacere di una notte di fuoco pur di non ammettere a se stesso di aver ceduto al fascino di un transessuale. In tutto questo, l’espressione sul suo viso cambia quasi impercettibilmente. Anche quando si rende conto di cosa prova realmente, la faccia sembra non registrare l’emozione. It Gets Better scivola su questo personaggio, e la storia rallenta a causa sua.
A conti fatti, non si può dire che Tanwarin Sukkhapisit abbia fallito. Probabilmente ha cercato di riconciliarsi con la censura che l’ha bloccata in passato, ma in un solo colpo è riuscita a tirar fuori un film che può tranquillamente essere apprezzato da un pubblico meno smaliziato. Un compromesso, forse inaspettato, che non mina la qualità globale dell’opera. It Gets Better è sicuramente consigliato, ma rappresenta solo una faccia dell’artista Sukkhapisit, quella fragile e contenuta. Può essere il punto di partenza ideale per conoscerla meglio.

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