It May Be That Beauty Has Strengthened Our Resolve: Masao Adachi

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [0,00/5: 0 voti]

Il se peut que la beauté ait renforcé notre résolution“Per questo faccio film.

Posso solo esprimerlo con i film”

Qualcosa può legare un cineasta francese, che intorno al 1968 aveva poco più di dieci anni, con un regista giapponese che in quegli stessi anni, alla soglia dei trentanni, non solo girava film potenti e sfuggevoli nella loro ribellione, ma al contempo maturava decisioni radicali che avrebbero fatto annullare tutta la sua arte nell’oblio. Se la maniera di intendere l’arte è quella di flusso che scorre continuo, flusso di coscienza che dir si voglia, allora poco importa, allora quel legame è possibile. Così il cinema da Adachi a Grandieux si fa sistema di vasi comunicanti, senza confini, così come il primo sempre lo intese, così come la sodale Shigenobu Fusako intendeva la lotta armata che legò i loro destini, ma che nel 2014 ha solo quel retrogusto amaro, quello di arma spuntata, un’arma che serve ormai solo alla riflessione.

“E’ sempre lo stesso [..] Certamente è tutto connesso. Non so da quando. Tutti i film. Tutti i film sono interconnessi.” dice Adachi nel mezzo dei suoi discorsi. Fa il paragone con il nastro di Möbius, un artificio matematico che permette di avere una superficie non orientabile percorribile all’infinito e ciclicamente. Più tardi la voce narrante di Grandieux non fa altro che riconfermare la tesi: “Il cinema si muove da un film all’altro, attraverso il tempo, al di sopra e oltre quelli che lo fanno.” Quindi le vite delle persone sono miseramente destinate ad attraversare questo fiume in piena della creatività universale. Da quello forse nasce tutto questo dolore, che anima l’arte di Adachi, che le dona la ferma volontà di lasciare il segno in questa indomabile corrente. Opporsi o lasciarsi andare, quella è solo una questione di scelte, di punti di vista.

La storia del Masao Adachi artista è stata fulminea e repentina. Dagli esordi come regista sperimentale di Closed Vagina e Abortion, passando per seminali sceneggiature approntate per l’amico Wakamatsu Koji, che realizzò The Embryo Hunts in Secret, ma anche Go, Go Second Time Virgin, Adachi trovò anche il tempo di girare film propri, intensi, al limite del capolavoro come Galaxy e Gushing Prayer. In questo frenetico periodo sviluppò anche amicizie importanti e trasversali tra arte e politica, come quella d’alta levatura, col maestro Oshima Nagisa per cui fu attore (L’Impiccagione), sceneggiatore (Diary of a Shinjuku Thief) e consigliere, ma anche alcune più terrene, tremendamente reali, come quella con la già citata Shigenobu Fusako. Quanto la leader della Japanese Red Army abbia influito nella sua vita è difficile da definire. Adachi ne parla sempre poco ed è sempre stato pronto a prendersi le responsabilità delle sue scelte che dalla realizzazione di Red Army/PFLP: Declaration of World War in poi lo portarono alla scelta di unirsi alla lotta armata col gruppo, che nonostante fosse parzialmente giapponese, all’epoca operava stabilmente dalla Palestina.

Di questi eventi però, dei fatti, della loro cronologia e soprattutto del sangue se ne è parlato fin troppo. A Grandieux giustamente interessa quel poco che interessa a chi è già informato. Per altri motivi ha attraversato mezzo mondo per intervistare, documentare la vita attuale di Adachi, che estradato nel 2000 dopo la detenzione, ha provato a far ripartire la propria vita da giapponese. Giudicato e condannato in patria solo per una questione di falsi passaporti è stato subito scarcerato, perché si è ritenuta scontata la pena con le precedenti detenzioni in Libano.

Grandieux poi è uno a cui non piace raccontare, si era capito già col noto Un Lac, che provava vagamente ad assomigliare a una storia. In questo non racconta proprio o almeno non lo fa linearmente, perché preferisce parlare per immagini lungo le frequenti ellissi tra un monologo e l’altro di Adachi o di qualcuno dei suoi conoscenti. Sembra sì imitare il vecchio maestro giapponese in un novello riadattamento della sua “teoria del paesaggio”, mentre mostra le frenetiche luci di Tokyo scorrere veloci durante una corsa in auto o una semplice passeggiata nelle ore di punta. E quando è la voce narrante a dirci il suo pensiero, non fa altro che chiedersi se l’immagine di quell’uomo, il suo volto, le sue mani possano raccontare il suo vissuto. Per cui il tutto assume vagamente la forma documentaristica solo nel momento in cui parte il racconto delle visite dell’amico Wakamatsu in Medio Oriente alla ricerca del suo amico, della “purificazione” e della forza per girare ancora altro cinema. Così il film di Grandieux è come carta bianca per Adachi, che più che rispondere a domande lascia andare i propri pensieri come il flusso di coscienza di cui si accennava. La frase che dà il titolo al film viene dal suo ultimo film PrisonerTerrorist, quello venuto dopo il ritorno in Giappone, quello che prova a raccontare il suo compagno di cella Okamoto Kozo, terrorista responsabile della strage dell’aeroporto di Lod e malamente impazzito. A lui attribuisce quelle parole, che circolarmente sono simili, se ci si abbandona al gioco dei raccordi infiniti da cui nasce la strana amicizia dei due, a quelle che Dostoevskij mise nei discorsi del principe Myskin ne L’Idiota. Lì si diceva che “la bellezza salverà il mondo”, nei deserti del Libano, tutto sembrava talmente bello, che può essere accaduto che la bellezza fortificò la loro risolutezza.

CONDIVIDI: