It’s Me, It’s Me

Voto dell'autore: 3/5
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itsmeitsmeNel 1936 Walter Benjamin nel suo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica rifletteva sulla assente unicità di alcune forme di arte moderna, sulla riproduzione e diffusione dell’opera artistica originale: master, copia, copie, originali, cloni, riproduzioni fedeli o imperfette. In un universo in cui l’unicità è etera e ogni copia è liquida tutto può generarsi, scindersi, riprodursi, fotocopiarsi. E’ intrecciato a questo gomitolo di riflessioni sulla molteplicità che Miki Satoshi riparte, da riflessioni profonde mascherate dietro il velo della commedia scanzonata pop giapponese. Il suo cinema è sempre stato così, libero e sfacciato fino al midollo, ma con quell’elemento presente che rivendica la mano robusta di un autore completo; e il regista dimostra di esserlo con quello straordinario melodramma di Adrift in Tokyo che riuscì a convincere anche tutti gli incapaci a penetrare la sua matrice comica. Dopo alcuni anni di medio silenzio il regista era tornato con una miniserie televisiva decisamente interessante, Atami no Sousakan, una sorta di quello che avrebbe potuto essere David Lynch se solo avesse avuto un maggiore senso dell’umorismo e dell’autoironia. E questa volta, spalleggiato da Yuko Shiomaki, una coraggiosa produttrice complice anche di alcuni lavori di Sion Sono, regala questo It’s Me, It’s Me. La sceneggiatura sceglie un metodo abbastanza classico del parto creativo cinematografico ossia il “cosa accadrebbe se”. In questo caso un impiegato fallito, si sostituisce ad un’altra persona per estorcere soldi e di punto in bianco vede apparire nel mondo copie di sé stesso, uguali ma al contempo diverse. E fin qui saremmo in un film folle ma aderente ai binari. Il regista decide però di non accontentarsi e forza i margini di stile producendo un’altra sezione metrica in cui salta fuori dal recinto e va oltre. Come nel passato è un cinema pieno, saturo di idee e stimoli, una vera gioia per chi ancora crede che l’arte debba essere stimolante e inventiva. E in questo Miki Satoshi non conosce compromessi se non quello di regalare il ruolo di protagonista ad un bravo idol locale, Kazuya Kamenashi.
Un cinema pieno e in piena, dicevamo. It’s Me, It’s Me non è un film solo ma ne contiene almeno tre. Nel momento in cui lo spettatore venisse colto da scarso interesse nei confronti della storia principale può sempre buttare l’occhio dietro alle vicende dei protagonisti; quello che vedrà saranno altri casi umani intenti a raccontare altre storie e a compiere altri atti, solitamente inusuali o deliranti, in una sorta di caratterizzazione dei personaggi parallela che non va a creare frammentazione di montaggio ma si muove in contemporanea sullo sfondo. Operazione abbastanza unica che regala numerosi piani mobili e narrativi di interesse, andando ovviamente a penalizzare la resa fotografica dell’operazione, eliminando i giochi fotografici di profondità di campo, limitando i bei ritratti e il bokeh dello sfondo in una messa a fuoco totale e esplicita dell’intero quadro. Tra un piano e l’altro, altri giochi sono in atto, prettamente iconici; poster, volantini, annunci, ritagli, simboli grafici sono disseminati ovunque in questa città ideale e unica raccontata dal regista e tessono un’ulteriore catena di significati anche se non di immediata fruizione specie per chi non conosca la lingua.
Ancora un cinema libero, in cui gli attori, tra cui molti fedeli del regista, sono diretti con un piglio che va ben oltre il “sopra le righe” e che anche qui assume una unicità trasversale alle arti, un cinema che come già esplicitato nei film del passato, si prende la libertà, forza e coraggio di potere impazzire in qualunque momento per poi tornare nei propri passi dietro la solida mano rigorosa del regista. Forse eccessivamente lungo, forse non il miglior film di Miki Satoshi, ma un’opera che dà ancora speranza ad un’arte sempre più globalizzata e che è ancora capace di offrire poetiche e immaginari inediti. E non è poco.

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