Izo

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IzoIzo non è un film da capire o da cercare di spiegarsi: è un film da subire. Tutti aspettavano quest’ultima opera di Miike, come conferma del suo stile o come stravolgimento totale. L’unica sensazione comune a tutti gli spettatori è stata solo il “non riuscire a comprenderlo”.
Cos’è Izo: due ore di massacro, la totale distruzione psicologica e fisica di un protagonista che, attraversando i secoli e le dimensioni spaziali, cerca qualcosa che mai in tutto il film viene esplicitato. E questo qualcosa, è lo scopo del protagonista, quello che deve essere compreso dallo spettatore, per iniziare a dare un senso al tutto. Izo è il nome del protagonista. Assassino per propensione, assoldato da un governatore di epoca Edo (circa il nostro XVII-XVIII secolo) per eliminare i suoi oppositori, viene però giustiziato per le sue colpe. Ed è nella sua morte che si svolge tutta la storia, la sua maledizione e la sua ricerca della liberazione da questo tormento. Ma qual è il modo per farlo? Continuare ad uccidere?
Izo è difficile da comprendere perché l’unico elemento costante di tutta la narrazione è Izo stesso. È un insieme di cultura giapponese e miti, fatto di religione (buddhismo e shintoismo prevalentemente), ma anche di elementi folklorici e storici.

È come un lungo incubo, dal quale non si sa come uscire, dal quale ci si può aspettare qualsiasi cosa, ma forse mai è quella necessaria alla comprensione.
Tecnicamente l’elemento interessante da notare (e di immediata recezione) è lo stile, ulteriore conferma dell’attitudine di Takashi Miike.
Come accade fin troppo spesso il film è stato venduto male. Capiamo il terrore dei produttori di proporre un film così difficile e di volerlo spacciare per altro, cercando di seguire l’attrazione del pubblico per il lato più sanguigno del regista (preventivamente si parlava di un film più “estremo” di Ichi the Killer). D’altronde fin dal trailer venivano mostrate quasi esclusivamente sequenze iper violente (guarda caso le uniche contenute nel film). Lo stile di regia invece è profondamente contemplativo, stile che ben poco si adatta ad una storia che, almeno sulla carta, è prettamente action. In quanto alla violenza, anche qui Miike decide consapevolmente di cogliere lo spettatore in contropiede, abbandonando quasi del tutto lo stile grafico ed esplicito e tenendo spesso ogni dettaglio anatomico fuori campo e a freno i flussi sanguigni sullo schermo. Di sequenze contenenti violenza esplicita all’interno del film ce ne sono solo 3-4, mentre il sangue scorre, spesso in modo timido e la violenza è relegata spesso al fuori campo. Non che questo conduca il film verso le zone dei Miike più edulcorati (come Bird People in China o Shangri-La), alla fine Izo non è altro che un lungo massacro lungo più di due ore e diluito tra lo spazio e il tempo, una mastodontica e estenuante saga nerissima, ritmata dal continuo movimento dei corpi abbattuti ad un ritmo elevatissimo. Di nuovo la conferma di come Miike si attacchi ai generi filtrandoli sempre con il proprio stile che spesso va contro le classiche marche semantiche dello stesso genere. Unica guida alla visione, come spesso accade con i film di Takashi Miike, è di gettare ogni aspettativa e farsi sbranare da questa opera immensa, nominata dagli antichi, Izo.
Con questo approfondimento non vogliamo dire di aver penetrato il film nella sua interezza, ma speriamo di poter fornire alcuni strumenti che, soprattutto a chi non è pratico di cultura giapponese, potrebbero non essere saltati agli occhi. Questa parte è, quindi, una sorta di immenso spoiler esplicativo criticabile e non condivisibile, ma che prova a proporre una delle possibili chiavi di lettura.
Qual è lo scopo di Izo? Izo è un essere maledetto e quindi il suo scopo è quello di interrompere tale maledizione interrompendo il suo Karma. Il Karma, in questo film è Matsuda Ryuhei, il giovane che fa la parte dell’Imperatore, biancovestito e con un serpente sulle spalle. Ci sono molti punti che fanno riflettere sul suo ruolo e cioè:
– Essere difeso sia dal consiglio dei religiosi che dal governo politico.
– Avere il serpente come animale rappresentativo che, ben sappiamo, per la stragrande maggioranza delle culture è simbolo dell’eterno, nel momento in cui si morde la coda e crea l’Ourobouros.
– Rappresentare un essere perfetto ed intoccabile.
– Il non poter essere affrontato da Izo se non prima di aver distrutto tutti gli altri impedimenti.

Sono due, infatti, gli incontri diretti tra Izo e l’Imperatore. Nel primo dei due, tuttavia, mentre lui riesce a uccidere tutto l’insieme dei governatori, non riesce neppure ad avvicinarsi all’Imperatore e ai suoi fratelli.
Nel secondo, invece, ormai giunto alla fine del suo percorso e reso consapevole della sua corsa all’interno dell’infinito ciclo karmico che gli è destinato, nel momento in cui infrange quest’infinito (che come ben sappiamo è matematicamente rappresentato dall’otto rovesciato) può andare faccia a faccia col Karma.
Un motivo di ulteriore conferma sul ruolo dell’Imperatore giunge nel momento in cui Izo uccide i suo fratelli/protettori. Essi, infatti, si trasformano in bruco e farfalle e alle loro spalle appaiono le immagini di una fioritura e della luna. La luna è il simbolo del passare del tempo poiché in oriente il calendario (come anticamente in occidente) è lunare, mentre farfalle, bruco e fioritura sono il ciclo vitale, infinito di nascita e morte di tutti gli esseri viventi. Infranto quindi il Tempo e la Vita, ovvero ciò da cui cercava di fuggire, può andare al cospetto del Karma. Ma questo, con un solo soffio, lo allontana: poiché il Karma è l’unico dominatore dell’universo e nessuno può opporvisi.
Moltissimi sono, però, i simboli interni al film e i personaggi che vi compaiono. In pratica Izo, nel suo percorso non fa altro che superare tutte le vite e tutti i tempi in una specie di Inframundo, di livello esistenziale intermedio, in cui non esiste distacco tra tempo e spazio. È il livello in cui vivono le anime maledette, chi deve scontare una pena o chi attende la reincarnazione. È anche il livello dei demoni e degli Dei, tanto come di chi regge gli equilibri del cosmo.
È per tale ragione che abitanti del passato appaiono nella contemporaneità e abitanti del presente nel passato. Ed è ragione anche del fatto per cui persone viventi non interagiscono con Izo e i suoi contendenti: poiché stanno attraversando lo stesso spazio fisico, ma senza vivere nello stesso livello.
Per traslarla all’occidentale si può pensare alla credenza comune per cui i fantasmi continuano a vivere nel loro ambiente senza essere visti dai viventi, ma percependo in modo deformato le azioni degli stessi viventi. È un po’ estremizzato come paragone, ma è per rendere un po’ più comprensibile un concetto forse un po’ vago.
Cosa fa pensare che Izo in realtà entri in comunicazione solo con chi è già morto o con demoni/divinità? La scena più esplicita è quella in cui si trova a piangere nel cimitero dei jizo dei bambini. Questi cimiteri jizo sono dei cimiteri nei quali spesso le madri che abortiscono ripongono una piccola statua di jizo a memoria del figlio mai nato. Proprio in quel luogo, infatti, troviamo un vecchio (forse una sorta di protettore) e dei bambini che si domandano come mai Izo è triste. Loro, non essendo mai nati ed esenti quindi da un passaggio karmico, non capiscono cosa sia il dolore ed è il vecchio a spiegare loro la storia.
Anche l’amante di Izo, in vita prostituta, è chiaramente uno spirito errante: acquisite delle fattezze quasi da demone Oni potrebbe liberarsi dalla sua maledizione solo uccidendo Izo, ma non riesce nel suo intento.
Molti mostri o fantasmi sono di dubbia collocazione, come i vampiri avventori, ma è probabilmente una scelta di mettere in luce fantasmi e tormenti antichi e moderni per creare un’universale atmosfera da incubo.
Fondamentali sono poi le figure delle madri. In Izo sono tre, dal diverso aspetto, atteggiamento e ruolo. La prima madre che appare è una sorta di dea primigena, voluttà fatta persona, circondata da candele ardenti e che si congiunge con Izo per avere nuovi figli. Lei dice di essere la madre di tutti ed è quindi una possibile personificazione della maternità e della nascita, che vive eternamente nella sofferenza di congiungersi e partorire.
La seconda madre è la filatrice, che senza pietà, dopo aver implorato Izo di non andarsene, viene tagliata in due pezzi. La filatrice, vecchia e sola, è l’opposto della madre voluttuosa, poiché è chi può recidere il filo vitale per volontà del Karma (come già visto anche in Millennium Actress di Kon Satoshi, la filatrice è la rappresentazione della morte). Tutti questi esseri, infatti, sono inviati dal “Consiglio” al quale l’Imperatore presiede, proprio per interrompere la missione di Izo.
La terza madre è, invece, la coscienza. È colei che partorirà alla fine un essere di luce. Lei dice che non si era mai prima incontrata con Izo, poiché in passato lui aveva vissuto di puri istinti brutali, ma è solo con la consapevolezza che può dare una spiegazione al suo tormento. L’essere di luce potrebbe, forzatamente, essere avvicinato al concetto dell’illuminazione buddhista, ma vista la totale distruzione e decostruzione che viene imposta ai precetti religiosi e politici, è più semplice pensare che in realtà solo attraverso la coscienza possa venire alla luce un essere puro e consapevole.
Una figura sulla quale restano molti dubbi è, invece, il monaco di colore. Egli è, infatti, sopravvissuto a tutta la distruzione delle religioni e viene liberato da Izo con la morte. Credo che il suo ruolo sia fondamentale per una questione di “parlato”. In quel frangente, infatti, avviene tutta una discussione su cosa stia realmente cercando Izo ed è leggendo, poiché l’attore parla in inglese sottotitolato, che lo spettatore memorizza meglio dati perché se giungessero da fonte sonora sarebbero più evanescenti. La liberazione del monaco è quindi, la liberazione dalla condizione di un’eterna meditazione, forse per una colpa compiuta, che ormai non aveva più senso di essere scontata visto che tutti i pilastri della religione erano crollati.
Una scena, che a molti potrebbe essere apparsa come secondaria, ci ha poi fortemente fatto riflettere. Se si fa caso, Izo uccide chiunque si ponga davanti a lui, anche chi gli chiede pietà. Solo due persone non vengono toccate dalla sua furia, esclusi quelli che non appartenevano alla dimensione terrena (come la professoressa nella scuola) e sono i due contadini poverissimi che si vedono prima lavorare il campo spoglio e poi nutrirsi di una misera cena. Essi, infatti, sono esseri incorrotti, sia dalla politica che dalla religione e che, tanto quanto Izo è dipendente dal ciclo karmico, così loro sono dipendenti dal ciclo delle stagioni. Quindi loro sono innocenti e non hanno nessun legame con ciò che Izo deve distruggere prima di raggiungere il Karma: il potere secolare e quello spirituale.
Una figura misteriosa, ma perennemente presente, è, invece quella del “cantante”. Per tutta la durata del film ci troviamo, infatti a confronto con quest’uomo e la sua chitarra che canta e racconta storie sulla vita e, soprattutto, sul senso della vita, che si faticano a comprendere e a volte a sopportare, vista la durata. Le scene dedicate a quest’uomo sono, infatti, scene di sospensione, quasi piccole parentesi rispetto ai massacri compiuti da Izo, che tuttavia non si trovano esternamente alla narrazione, bensì la accompagnano.
Personalmente tendiamo ad individuare questo “cantante” come una sorta di voce della coscienza collettiva, forse una specie di spirito guida, che nulla ha a che fare con la vera e propria coscienza di Izo che altri non è se non la donna. Necessarie sono, oltretutto queste parentesi, sia per creare dei respiri nella narrazione velocissima, sia, soprattutto per farci riflettere sulle varie tematiche di gioia o sofferenza, che propone. Visto che diversamente esse saranno presentate anche alla fine dei titoli di coda.

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