Jaani Dushman: Ek Anokhi Kahani

Voto dell'autore: 3/5
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Jaani Dushman è il “sacro miliario” di film da mezzanotte, ideale da rinchiudere nelle sezioni da film psychotronico e/o da retroproiezione durante un concerto, una vera droga visiva. Direttamente da Bollywood, un horror indiano capace di sconvolgere anche lo spettatore più smaliziato. Bisogna abbandonare ogni luogo comune riguardo al cinema locale e lasciarsi coinvolgere, con candore quasi infantile, davanti al flusso ininterrotto e estenuante di immagini.
Alla fine Jaani Dushman risulta come un vero e proprio frullatore difettoso, che sminuzza decine di ingredienti senza riuscire però a triturarli tutti a fondo. In tre ore intensissime ci vengono propinate -senza soluzione di continuità- citazioni vistose e plagi esemplari e sfacciati di prodotti diversi come Matrix, Anaconda, Inferno, Nightmare – Dal Profondo della Notte, Mission: Impossible II, Phenomena, Ichi the Killer, Terminator 2, La Mummia.
Il tutto intervallato da danze, balletti, coreografie danzerecce e musica irresistibile (e spesso ben coreografata). Un uso invadente e massiccio di computer grafica lievemente “aggressiva” oltretutto la fà da padrona.

Matrimonio. Foto, amici, musica. La coppia se ne va poi a “consumare”, ma lei si trasforma in uno scheletro (dalle ossa anatomicamente poco credibili) e uccide lui a furia di botte. Lei non viene trovata, sembra essersi volatilizzata, mentre le foto del matrimonio non la ritraggono. Da lì si sviluppa un flashback riguardante la ragazza. All’università c’è un party nutrito da molte belle ragazze tra cui “lei”, interpretata dalla splendida Manisha Koirala. Ma due studenti intendono stuprarla. Fallito il primo tentativo uno dei due, che imita alla perfezione le voci di tutti i suoi amici, la invita un’ora prima della festa in modo da avere, col suo amico che assomiglia a Salvatore Baccaro, tutto il tempo per stuprarla. Nel frattempo lei, sonnambula va nel bosco, e dalla pancia di un albero esce un cobra realizzato in computer graphics che si trasforma in un bell’uomo in abiti folkloristici. Stacco. I 2 cantano e ballano tra le montagne e lei viene a sapere che millenni prima era una donna serpente, lui, il mistico serpente, era il suo amante. Mentre i due ballavano e cantavano si erano messi a saltellare sopra una caverna in cui un eremita meditava da secoli e lo avevano distratto. Quello li aveva maledetti entrambi. Lei era morta all’istante e dopo millenni si sarebbe incarnata in un essere umano e lui l’avrebbe aspettata. Però ora è promessa sposa ad un altro uomo. Scatta lo stupro, lei si suicida, incolpa tutti (a causa delle voci imitate) e in forma spettrale, insieme al suo uomo decide di decimarli. Il potere della donna, ormai puro spirito è di possedere i corpi, mentre lui, con millenni di esperienza raccolta all’interno dell’albero possiede ora un numero elevato di superpoteri letali. A partire dal suo abito “folkloristico” il suo character design si trasforma in un corpetto alla Ichi the Killer, impermeabile alla Matrix, occhiali alla M:I 2.

E da questo punto in poi il film diventa uno slasher venato di azione costellato da continue scene culto. Il mistico serpente corre come il T-1000 di Terminator 2, vola ed evita le pallottole come in Matrix e uccide i “cattivi” col kung fu.
E poi via col delirio tra un inseguimento davvero memorabile (la vittima sfreccia con un motoscafo, il cattivo lo rincorre a piedi correndo sull’acqua, mentre un altro ragazzo insegue il cattivo con una moto d’acqua), il villain che corre a piedi trasformandosi in moto, per poi essere fatto esplodere e i suoi pezzetti si fondono ricostruendo un “lui” di mercurio. Segue inseguimento in moto con impennata e manovra con la ruota davanti e subito dopo botte, musica, auto che esplodono, amuleti sacri, in un tripudio estremo di colori e di eccessi  inverosimili e di morphing continui. Un flusso continuo di 3 ore che tiene lo spettatore inchiodato e incredulo alla sedia.
La parte del triste spettro, come già detto, è affidata alla splendida Manisha Koirala, ormai un abituè di ruoli in bilico, soprattutto dopo la sua struggente performance nei panni di una “terrorrista” nel capolavoro Dil Se.
Sulle altre qualità del film c’è poco da dire, la realizzazione tecnica è anche buona, la regia sufficiente, il montaggio non sempre preciso. Ma sono altri i motivi per guardare il film come già suggerito. Un piacere ingenuo e primigenio come di fronte ad altri angeli sepolti del genere, da Turkish Star Wars a Taoism Drunkard a Kung Fu Cock Fighter.

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