Jade Dynasty

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Principalmente dagli anni ’80 si sono diramate due scuole di pensiero della coreografia marziale al cinema, facenti capo a due dei più grandi artisti sul campo: Yuen Woo-ping e Ching Siu-tung.

Il primo fautore di una messa in scena fluida, armonica e perfettamente comprensibile, elemento che ha fatto la sua fortuna anche ad Hollywood, con la gestione dell’azione di film come Matrix e Kill Bill.

Il secondo, maestro della deframmentazione, del furore compositivo, della discontinuità motoria, del montaggio. Entrambi ormai dati artisticamente per dispersi a fronte delle ultime regie.

Il primo con Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny (2016), The Thousand Faces of Dunjia (2017) e Master Z: The Ip Man Legacy (2018). Il secondo con An Empress and the Warriors (2008) e The Sorcerer and the White Snake (2011).

Ben otto anni dopo, Ching Siu-tung torna alla regia di nuovo di un fantasy ricco tipicamente cinese, tratto da un fortunato romanzo già adattato in numerosi media.

Dopo due film in cui il talento dell’autore veniva totalmente soverchiato da un abuso di effetti digitali che ne annientavano la manualità e inventiva, Ching sembra aver ritrovato un inaspettato compromesso. E il salto dal passato, la differenza monumentale con le due regie precedenti è così maestosa da lasciare decisamente spaesati.

Il regista trova finalmente una strada per adottare l’invasione dell’effettistica digitale e ritrova il proprio carattere semplicemente guardando alle sue origini. Il rischio di realizzare un film di maniera è vicinissimo, ma il mélange finale è esaltante.

Ching Siu-tung dirige un nuovo Duel to the Death, un riassunto di tutti i suoi wuxia e fantasy, che ammicca in continuazione ai suo classici, regala un bacio ispiratissimo, debitore di quello del suo Storia di Fantasmi Cinesi, e centrifuga una quantità inusuale di idee e invenzioni come non si vedeva dai suoi esordi.

Certo, il film quasi non esiste, è narrativamente puerile e scombussolato, ma non così lontano in fin dei conti da quello che accadeva nel cinema locale tra gli ’80 e i ’90. Ma a farla da padrona è la commistione (di generi, stili e immaginari), l’aspetto visivo monumentale e le coreografie marziali, vicine a quelle di un tempo (solo meno furiose e sanguigne) date in pasto a dei guerrieri mostruosi (anche se per un tempo discutibilmente breve) che superano in efficacia tutti quelli dei vari wuxia e fantasy anche di nomi macroscopici (come Tsui Hark) usciti negli ultimi anni. E lo fa rievocando tutta la magia, la follia, il surrealismo dei suoi esordi.

Ad enfatizzare questa atmosfera è anche la scelta di affiancare ad un cast di giovani divetti, tutta una pletora di vecchie glorie del cinema del passato dallo straordinario Xiong Xin Xin (il villain di The Blade) a Norman Chu, David Chiang, Cecilia Yip e molti altri. 

Il regista torna ad usare i suoi trucchi “artigianali”, il montaggio, le invenzioni visive sorprendenti e le fonde con le nuove tecnologie, producendo un aspetto visivo innovativo, di forte matrice fumettistica, permeato a tratti da sorprendenti sferzate perturbanti ma da un coerente piglio cinese assolutamente tradizionale e iconico.

Ci sono le creature impalpabili, che assorbono i corpi altrui, le anatomie sbriciolate, il bacio iconico, si, ma anche una luna “falsa” come nel suo Swordsman III: East Is Red e un’inizio allucinante in cui una ragazza vola cavalcando un velo accompagnata da uno spadaccino che la segue usando una spada come “surf” volante; i due volano su panorami mozzafiato fino ad andare a guardare il titolo del film che si staglia maestoso sullo schermo. Bentornato maestro.

La sequenza in cui si rivelano i mostruosi nemici, è sicuramente una delle più belle uscite dal cinema cinese popolare dell’ultimo decennio e a tratti sembra quasi di vedere un nuovo capitolo della saga di Swordsman aggiornato alle nuove tecnologie.

Jade Dynasty è quindi un film incredibile, inaspettato, altamente spettacolare, e che commuoverà i fans del vecchio cinema di Hong Kong perché è probabilmente l’unico film del genere, ad oggi, che a fronte della globalizzazione digitale visiva, continua a preservare un tocco autoriale macroscopicamente riconoscibile.

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