Jellyfish Eyes

Voto dell'autore: 4/5
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La premessa è che Jellyfish Eye possa apparire poco originale forte del suo frullato proteinico di stimoli già apparentemente visti. La critica maggiore è stata di essere una sorta di Pokemon live action. Accusa legittima. Ma c’è un filo rosso che lega Digimon (non propriamente i Pokemon), Pon Pon Pon di Kyary Pamyu Pamyu, Summer Wars, Superflat Monogram della Louis Vuitton e la musica “di” Miku Hatsune? Sono parti di un immaginario comune legati da una vicinanza di forme e di contesto culturale popolare. Ecco che Murakami non fa altro che prendere, sfruttare, stuprare e adattare delle icone popolari svuotandole di senso e riconvertendole in opera d’arte (contemporanea) venduta al mercato. Murakami è probabilmente il più rilevante artista contemporaneo del nuovo millennio e parte dalla stessa premessa e strada percorsa da Andy Warhol. I suoi manga, i suoi personaggi dalle forme morbide e dai colori acidi non sono altro che i barattoli di pomodoro di Warhol, prodotti popolari riconvertiti ad opera d’arte. Sono stili, oggetti preesistenti, stereotipi spesso, che in quanto ormai marca autoriale impediscono allo stesso autore di sopravvivere/sfuggire agli stessi (come già avvenuto ad altri pittori come Botero e Magritte per citarne due). E’ vero al contempo che Jellyfish Eyes, visto l’investimento operato è una sorta di passo indietro per Murakami che ammorbidisce il suo stile per abbracciare un target più ampio; quindi abbandona parte dell’irriverenza e del surrealismo acido tipico della propria arte per piegarsi ad un pubblico di massa che magari non conosce né la sua opera né è abituato a frequentare le gallerie d’arte. Questo infatti il difetto maggiore del film. Perché a livello prettamente filmico Jellyfish Eyes è invece un oggetto per ragazzi particolarmente riuscito che sembra prolungarsi proprio da Superflat Monogram (video promozionale diretto dal regista per Louis Vuitton) ibridandosi con Summer Wars e i Digimon. E E.T., Totoro e CJ7.
Masashi (Takuto Sueoka) è un ragazzo orfano di padre che con la mamma si trasferisce in un paesino rurale del Giappone dove lavora suo zio. Lo zio però lavora in un laboratorio in cui quattro loschi figuri, i Black-Cloaked Four conducono esperimenti segreti capaci di catalizzare le energie dei bambini attraverso delle creature pilotate dagli stessi tramite dispositivi mobili. Anche Masashi avrà la sua, il coraggioso e buffo Kurage-bo.
E la prima parte del film infatti è una sorta di Digimon live action con degli ottimi scontri tra le creaturine (in stile Kaikai & Kiki) pilotate dai ragazzi. E’ la sezione di film più prevedibile, con la scoperta della creatura, il legame che si instaura, il locus amoenus, il bambino orfano, gli scontri. Non per questo si tratta di una parte poco riuscita, tutt’altro. E’ nella seconda sezione però che emerge maggiormente l’estetica del regista quando un enorme kaiju (sullo stile del Tan Tan Bo Puking dell’autore) si eleva sulla città e le creaturine saranno usate per affrontarlo. Un occhio colorato si erge nel tetto della base (un classico di Murakami adottato da Kyary Pamyu Pamyu nel suo primo videoclip), mentre appare una versione tridimensionale di Miss ko2 (illustrazione e statua che l’autore espone nei musei) che si batte interagendo a colpi di kung fu contro un umano e il finale acido e spigoloso che può evocare la sua opera Hommage to Francis Bacon. La cosa buffa è che Murakami per portare a termine la propria opera non si affida ai grandi nomi ma si appoggia sulla crew dei Sushi Typhoon prelevandone sceneggiatore (Jun Tsugita), direttore della fotografia (Yasutaka Nagano), attori (su tutti la deliziosa Eihi Shiina di Tokyo Gore Police e Audition) e Yoshihiro Nishimura (Tokyo Gore Police, Helldriver), regista e effettista base della casa di produzione citata, nei panni di co-regista, montatore e produttore.
Straordinari gli effetti digitali con gli scontri tra le creature molto ispirati e il kaiju finale ad altissima resa spettacolare. Incomprensibile come il film non abbia avuto un successo monumentale né in patria, né in occidente, né tra gli otaku di casa nostra visto che nel film c’è tutto quello che può titillare le papille gustative di certo pubblico, musica di Miku Hatsune inclusa.
Ad oggi, data di stesura dell’articolo, a due anni dall’uscita, il film è ancora inedito ovunque tranne che in Giappone. Dopo i titoli di coda si mostrano parti di un sequel girato back to back come dittico.

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