Jigoku

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JigokuIl primo Jigoku (Inferno) del 1960 diretto da Nobuo Nakagawa è un capolavoro. Filosofia e splatter, tetralità e forte gusto per il kitsch ci accompagnano in un angosciante viaggio negli inferi. Il remake del ’79 di Tatsumi Kumashiro è invece un soporifero polpettone senza sale di cui si sono perse le tracce senza troppi rimpianti. Il terzo ed ultimo, per il momento, rifacimento del ’99 firmato Teruo Ishii è di una bruttezza ed ingenuità talmente imbarazzanti da far pensare ad un tentativo, mal riuscito, di parodiare il film di Nakagawa. Il nostro “maestro delle torture”, recentemente tornato alla ribalta grazie a varie retrospettive a lui dedicate in un periodo in cui “rivalutare” è la parola che per magia tramuta la merda di bue in miele degli angeli, ha diretto in gioventù discreti torture movie che pur non distinguendosi per genialità registica potevano contare su di una certa dignità nelle ricostruzioni ed un particolare gusto sadico nella messa in scena dei supplizi inferti ai danni di paffute geishe da parte di samurai dai denti perennemente digrignanti e fronti costantemente imperlinate di sudore e cerone. Ishii inoltre ha portato sul grande schermo gli antesignani dei serial TV live action stile UltramanKamen Rider ovvero i vari Super Giant (tre episodi sono usciti anche in Italia), svariati yakuza movie, il cult Kyofu Kikei Ningen (Horrors of Malformed Men) e persino co-diretto l’episodio pilota dell’unica incursione di Leiji Matsumoto nell’ambito delle serie d’animazione robotica ovvero Wakusei Robo Danguard a Tai Konchuu Robot Gundan (Robo Galattico Danguard A Contro l’Esercito degli Insetti Robot).

La trama in breve: la giovane Rika viene prescelta dalla Regina dell’Inferno per essere condotta in un viaggio ammonitore negli inferi in modo da salvarle l’anima dai tormenti che l’attenderebbero laggiù. Varcata la porta dell’Ade dalla curiosa forma di vagina palpitante e gommosa (e qui già si capisce che siamo ai livelli degli OVA “teen-tacolari” stile Injuu Kyoshi Injuu Gakuen), vengono mostrati a Rika due episodi (Ishii ama i film composti da più capitoli) di umana miseria. Il primo capitolo vede protagonista un giovane maniaco che rapisce e fa a pezzi piccole bambine. L’episodio è basato sui fatti reali compiuti da Tsutomu Miyazaki, lo “psycho killer otaku” che riprendeva con una telecamera gli omicidi per poi inserirli nei film horror che collezionava in gran numero come i primi Guinea Pig. Il caso di Miyazaki in Giappone sconvolse l’opinione pubblica e contribuì a dare una connotazione negativa al termine otaku.
Il secondo, che costituisce gran parte del film e pare sia parte di un altro progetto abbandonato, una ricostruzione grottesca dei fatti legati alla setta Aum Shinrikyo ed il suo leader, Shoko Asahara, il Messia del Sarin qui rappresentato come un maniaco sessuale dalla parrucca piena di forfora.

Tra scene con gli attori che si muovono lentamente per simulare il rallenti o si contorcono in balletti da tarantolati, topi mossi dalla carica a molla udibile chiaramentemente, scarafaggi di gomma appiccicati un pò ovunque ed un inferno affittato direttamente dal Luna Park di Asakusa con tanto di diavoloni in cartapesta (uno di loro è Kenpachiro Satsuma ovvero l’uomo nella tuta di Godzilla dei film della seconda serie) e dragone-pupazzone mosso a mano, Jigoku scorre catastroficamente verso la sofferta conclusione con una parata di tettine delle anime pure che grazie alla redenzione si salveranno dalle fiamme punitrici. Non mancano le solite torture con lingue tirate a dismisura, arti segati e spezzati e pentoloni di olio bollente in cui soffriggono bambolotti di plastica ma l’inferno di Ishii è smaccatamente uno studio cinematografico dove gli angoli delle pareti vengono malcelati da una fotografia da discoteca di provincia in maniera da sembrare più un purgatorio…

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